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«Sono calzolaio da 54 anni...»

Da sinistra: Stefano Margiotta, Pardo Di Liello, Biagio Amante, Giovanni e Giacomo Di Fruscia.

Da sinistra: Stefano Margiotta, Pardo Di Liello, Biagio Amante, Giovanni e Giacomo Di Fruscia.

Pannuzzo Antonio
Pubblicato il 2009-10-13 14:19:00
Pubblicato il 2010-06-17 15:41:57
Pannuzzo Antonio
Soggetti :
Canada , Montreal , Rosemont

Giovanni Di Fruscia praticamente è nato calzolaio. Il papà, Giacomo, che già faceva questo mestiere nel suo paese, Galluccio, in provincia di Caserta, emigrò in Canada nel 1949. L’anno dopo fu raggiunto a Montreal dalla moglie e dai due figli, una femminuccia e appunto Giovanni che allora aveva 10 anni. Giacomo Di Fruscia continuò a fare quel che sapeva fare, lo “scarparo” anche se alle dipendenze di un padrone. Nel 1955, si presentò l’occasione di acquistare una botteguccia su Bellechasse - quartiere Rosemont - e la famiglia Di Fruscia non se la fece scappare. Giovanni a quel tempo andava a scuola, ma la sua “isola del tesoro” dove evadere e dove ritrovare entusiasmo era proprio il negozietto del padre e qui il giovanotto ci passava sempre più tempo, fino a quando non è diventato il braccio e, infine, ha preso il posto del genitore. «All’inizio facevamo soltanto riparazioni - ci racconta lui - poi io ho cominciato ad acquistare scarpe nuove, cosicché la bottega è diventata una vera e propria calzoleria. Abbiamo quindi lasciato il locale originario che è proprio qui accanto per spostarci in quello, più grande, dove oggi ci troviamo».

Nel 1963 è cominciata l’importazione di scarpe dall’Europa. «Le migliori marche, scarpe che andavamo ad acquistare noi stessi, direttamente dal produttore, in Italia e non soltanto lì», precisa orgoglioso Di Fruscia. Poi, l’avvento dell’Euro ha iniziato a complicare le cose, il cambio non è stato più favorevole, così Giovanni ha dovuto ripiegare sul mercato nordamericano o affidarsi a un importatore acquistando da lui alle migliori condizioni possibili. Oggi nel negozio su Bellechasse si trova di tutto: la scarpa di qualità (le migliori, ci dice, vengono dalla Germania e da Israele) e quella più modesta, prodotta nelle grandi catene e naturalmente non manca in Made in China. Non troverete la scarpa all’ultima moda o per cerimonie, la scarpa elegantissima insomma, ma quella comoda, per chi vuole camminare tranquillo.

Parallelamente, la botteguccia ha continuato a vivere perché tanta gente preferisce sempre farsi riparare le scarpe piuttosto che comprarne di nuove. A parte il fatto che le scarpe nuove, prima o poi, hanno bisogno di un tacco o di una risuolatura; e talvolta succede che, pur nuove, le scarpe abbiano qualche piccolo difetto “di fabbrica”.

Giovanni Di Fruscia è un uomo fortunato perché nella vita ha fatto quel che voleva, non un lavoro qualunque, ma un mestiere. Il suo mestiere. C’è grande differenza: un lavoro è qualcosa che fai per vivere, qualsiasi cosa magari. Il mestiere ce lo hai dentro, dalla nascita, spesso si tratta di un’arte, come nel caso del ciabattino. Ma Di Fruscia è fortunato anche perché il figlio Giacomo Jr. oggi è al suo fianco e praticamente diventerà lui il “boss” prima o poi. La cosa bella è che Giovanni non lo ha costretto, è stato il figlio a scegliere “il mestiere”. Un mestiere che purtroppo va scomparendo: «20 anni fa, soltanto in questa zona ne eravamo sette-otto, adesso è rimasta solo la famiglia Di Fruscia», dice Giovanni. A parte Giacomo Jr., nel negozio lavorano anche Stefano (genero di Giovanni) e l’esperto Biagio, anche lui figlio d’arte, un vero “mago” della riparazione. «Abbiamo clienti che ci rimangono fedeli da oltre 40 anni. Non solo italiani, anzi la maggior parte della clientela è formata da canadesi francofoni», conclude. Gente che stima “Johnny”, che gli vuol bene, che ha fiducia nella sua onestà e competenza. Un istituto Cégep montrealese gli ha perfino proposto di insegnare il “mestiere”. Ma lui ha rifiutato, lui ama stare nella sua bottega, fra martelletti, tenaglie, chiodini, lesine e forme, con l’odore di mastice e cuoio che pervade tutto, lasciandoti aggrappato ad un mondo che va scomparendo. Ma non del tutto... per fortuna!

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