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Fumata grigia alla conferenza ONU sul clima



Nessun accordo concreto sulla ridfuzione dei gas ad effetto serra è stato raggiunto a Copenaghen

Nessun accordo concreto sulla ridfuzione dei gas ad effetto serra è stato raggiunto a Copenaghen

Pubblicato il 2009-12-21 16:28:00
Pubblicato il 2010-06-17 16:50:14
 

Copenaghen, l’accordo è sui finanziamenti

Soggetti :
ONU , Bella Center , Greenpeace , Usa , Cina , India

ROMA - Alla fine un'intesa «non vincolante» è stata raggiunta a Copenaghen, ma solo sui finanziamenti ai paesi più poveri. Sugli impegni per le riduzione dei gas serra, l'accordo più atteso della storia per risolvere l'emergenza del surriscaldamento del pianeta ha deluso tutti. Nessuna cifra, solo la promessa dei paesi ricchi di aggiornare i propri target a gennaio e un nuovo appuntamento: a Bonn tra sei mesi. A conclusione di una settimana di tensioni dentro e fuori il Bella Center dove si sono svolti i lavori del summit, decisivo sul finale è stato l'intervento lampo di Obama che ha annunciato venerdì in serata un'intesa con Cina, India e Sudafrica. «È un passo avanti senza precedenti e molto significativo» ha detto il presidente Usa che è subito ripartito per Washington prima ancora del voto finale. Ma, ha ammesso, «non basta» a risolvere il problema del cambiamento climatico. «Abbiamo ancora molta strada da fare» ha detto Obama spiegando che bisogna comunque creare un clima di maggior fiducia tra le nazioni più ricche e quelle più povere per riuscire a raggiungere un'intesa vincolante. Tutti i paesi, industrializzati e non, hanno comunque nell'intesa concordato di fissare a livello nazionale i loro impegni e le misure da attuare. In particolare, le nazioni industrializzate leveranno il velo sui tagli per il 2020 il prossimo mese. Per quanto riguarda i controlli, uno dei punti più spinosi del negoziato, si è deciso che i vari governi daranno le informazioni sulle loro emissioni tramite delle «comunicazioni nazionali» con la possibilità di attivare consultazioni internazionali. Niente obiettivo per il momento del 50% di taglio alle emissioni di Co2 confermati solamente i 100 miliardi di dollari di aiuti per i paesi in via di sviluppo entro il 2020. Barack Obama ha provato sin dall'inizio a scuotere il summit sul clima di Copenaghen, a un passo dal naufragio. Il presidente Usa aveva appena arrivato esortato i grandi del mondo a trovare un'intesa: «Sono venuto qui non per parlare, ma per agire», «il mondo ci guarda ed è fondamentale fare passi in avanti, indicare soluzioni" e "accettare un accordo anche se imperfetto». Poi l'incontro con il premier cinese che ha sbloccato il negoziato. L'ultima bozza, con il nome di accordo, faceva ben sperare in un risultato forse anche migliore di quello che poi si è rivelato: 12 punti (erano 13 nelle versioni precedenti) in cui i Paesi ricchi si sarebbero impegnati a tagliare le emissioni di CO2 dell'80% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. Obiettivo globale quello di ridurre le emissioni del 50% entro il 2050 e limitare in due gradi centigradi il tetto entro cui contenere l'aumento della temperatura terrestre rispetto ai livelli pre-industriali, con la possibilità però di portarlo a 1,5% alla prossima Conferenza del 2016. E intanto le associazioni ambientali parlano già di «fallimento». Per Greenpeace è stato infatti «un fiasco totale». Scontento il Brasile che si è detto «veramente deluso» e lo stesso presidente francese Nicolas Sarkozy ha lamentato l'assenza di un impegno di riduzione per il 2050. Soddisfatti solo i cinesi: «Abbiamo preservato - ha detto il negoziatore - gli interessi nazionali. Tutti dovrebbero essere contenti».

La rivolta degli ambientalisti

ROMA - Speravano che a Copenaghen rinascesse la speranza per il mondo. Invece l'accordo spuntato dalle stanze segrete del Bella Center, per le Ong ambientaliste è una catastrofe, un fiasco totale, un tradimento, un fallimento. Da Greenpeace ad Amici della Terra, dal Wwf a Oxfam e a Christian Aid è un solo, unanime, grido. Non c'è pietà nella condanna di chi ha confezionato un testo considerato persino peggiorativo rispetto al già imperfetto Protocollo di Kyoto. Il più sarcastico, a caldo, è stato il direttore generale di Greenpeace Francia, Pascal Husting: «Se ci sarà un politico che avrà il coraggio di parlare di successo, vincerà la Palma d'Oro come bugiardo dell'anno». E mette direttamente sotto accusa anche il presidente Usa: «Non credo più nella favola di Obama brillante giocatore di scacchi. Questo è stato un fiasco totale». E quando i responsabili delle principali organizzazioni presenti a Copenaghen tengono una conferenza stampa congiunta sotto l'etichetta della rete ambientalista 'Climate Action Network' i giudizi diventano sferzanti. «Questo è un non-accordo, cotto da un gruppo di Paesi in una stanza chiusa», dice Kim Carstensen, segretario generale del Wwf International, che mette sotto accusa la Danimarca: «Questo processo non è chiuso. Spero che il Messico lavorerà meglio per fare da ponte tra Nord e Sud del mondo di quanto non siano stati capaci di fare i danesi». Antonio Hill, inviato per il clima di Oxfam, guarda già alle possibili reazioni della gente, evocate anche da Husting: «Questo non andrebbe chiamato accordo. Qualunque cosa sia, di certo diffonde rabbia nel mondo». Il keniamo Mohammed Adow sente sulla pelle il peso della tragedia del fallimento della politica. «Doveva essere un processo democratico, fatto dalle Nazioni Unite: qui siamo di fronte al pezzo di carta scritto da un club esclusivo per i suoi interessi. Io vengo dal Nord Est del Kenya, dove la gente soffre la fame e la sete, perché non piove più. I paesi ricchi non sono stati capaci di fare un accordo che desse sicurezza al mondo. Il risultato saranno milioni di morti. Saranno questi numeri a dare la misura del fallimento». Ed il sudafricano Kumi Naidoo, nuovo direttore generale di Greenpeace, parla apertamente di tradimento e razzismo: «Questo testo significa condannare gli abitanti delle piccole isole. Cosa sarebbe successo se gli effetti della catastrofe fossero toccati a Manhattan, Parigi o Berlino? Si rimanda, non c'è senso di urgenza: perché chi subirà le conseguenze è povero, non è una potenza militare o solo perché ha un diverso colore della pelle».

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