ROMA - «Un patibolo che non ho scelto né meritato»: queste le parole con cui il sottosegretario Guido Bertolaso ha definito la vicenda giudiziaria e mediatica che lo vede coinvolto. Il capo della Protezione civile le ha scritte in una lettera inviata «alle donne e agli uomini della Protezione civile», in cui afferma: «Faccio mia la sofferenza di tutti coloro che si sentono colpiti ingiustamente per questo attacco forsennato e squallido che mi riguarda e, da questo patibolo che non ho scelto né meritato, vi saluto con tutto il mio affetto e la mia fedeltà al patto di rispetto e di onore che ci ha permesso di realizzare qualcosa di buono, molto buono, troppo buono per non suscitare tempeste di fango». «Nulla da eccepire a che la magistratura indaghi su tutti e chiunque, me compreso», afferma relativamente all’inchiesta che lo vede coinvolto, rilevando però come ci sia sulla stampa «una seconda iniziativa giudiziaria di cui sono oggetto» che è «solo fango». «Da giorni – scrive Bertolaso - i giornali titolano non sospetti su di me, ma certezze; pubblicano intercettazioni usandole non come elementi indiziari, ma come prove di colpe commesse, di fatto dando una immagine complessiva della rete dei corrotti e corruttori, di cui sarei parte, magari non proprio protagonista, ma sicuramente parte”. Secondo il sottosegretario questo «secondo procedimento giudiziario si chiama giustizia sommaria, si chiama fango gettato nelle pale del ventilatore, si chiama diffondere illazioni, interpretazioni, accuse, pseudocertezze, precondanne e stigmate di malavitoso addosso a chi non ha altro strumento per difendersi che la propria storia, la propria pretesa innocenza, l’inservibile appello alla verità». Nei processi mediatici, sostiene Bertolaso, «la verità è l’ultima cosa che interessa, si cercano emozioni, pruderie, notizie sfiziose sui difetti, le debolezze, le leggerezze, ma soprattutto si cerca e si riesce, gettando fango, di sfigurare il profilo di ogni persona investita da questa tempesta provocata ad arte».
Fini: «Tangentopoli non c’è più»ROMA - Oggi chi ruba non lo fa per il partito, come prima di Tangentopoli, ma perché è un ladro: ad affermarlo il presidente della Camera Gianfranco Fini, a proposito del parallelismo tra gli attuali episodi di corruzione e Tangentopoli: «Non so se oggi c’è una questione morale, indubbiamente il malvezzo e la corruzione ci sono, ci sono sempre stati e ci saranno – spiega Fini -. Non condivido – prosegue - la tesi di chi dice che è più o meno come era prima di Tangentopoli quando chi raccoglieva le tangenti diceva che servivano alla politica. Spero che nessuno voglia sostenere che la politica è marcia perché ha bisogno di tanti soldi. La realtà è diversa. I grandi partiti del passato avevano in ogni città decine di impiegati e strutture che non esistono più. C’era il peso mastodontico di questi apparati. Oggi non c’è più». Secondo la terza carica dello Stato «oggi ci sono tanti episodi di tangenti e corruzione», ma coloro che ne sono protagonisti «devono essere chiamati come meritano: volgari lestofanti. Evitiamo paragoni impropri».

