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“Pane e tempesta”, l’ultima avventura del Bar Sport raccontata da Benni

Cimino Loredana
Pubblicato il 2010-03-02 11:06:00
Pubblicato il 2010-06-17 16:59:14
Cimino Loredana
Soggetti :
Feltrinelli

Non può esserci niente di peggio che vedersi arrivare in paese le ruspe che raderanno al suolo un bosco secolare per far spazio ad una strada provinciale, che porterà macchine e camion dritte dritte davanti all’uscio di casa. O forse sì. Di peggio, può esserci solo, che quelle stesse ruspe rivolteranno la piazza del paese per costruirci un “Complesso Polifunzionale Multivalente Ipermercatico a Uso Abitativo, Commerciale e Riciclomonetario” che cancellerà ogni traccia dello storico Bar Sport.

Ma ricominciamo daccapo e riannodiamo i fili di questa stramba storia. Siamo a Montelfo, frazione immaginaria dell’ultima opera di Stefano Benni, “Pane e Tempesta” (Feltrinelli). È un paese come tanti, in cui il bar è ancora un’istituzione: si beve e si gioca a carte, certo, ma è qui che gli aficionados si incontrano per prendere decisioni, perché il bar è il luogo più democratico che esiste, in cui il ricco, il povero, l’immigrato, il vecchio e la bambina, tutti sono chiamati a esprimere la loro opinione. Non ci sono limiti di età, né di reddito. Ognuno è ciò che è attraverso il suo soprannome: il Nonno Stregone, Piombino, Archivio, i fratelli Sgomberati, l’oste Trincone, nomi e personaggi dietro i quali c’è sempre una storia. Perché il bar è anche questo, è un luogo in cui si racconta e si racconta, fino a far diventare l’aneddoto leggenda. È il Bar Sport che si fa custode della memoria collettiva raccontandoci di sfide epiche tra cani, di santi che si giocano l’anima a ping-pong e di taglialegna folgorati dall’incontro con l’elettricità.

Nel suo ultimo libro, Benni ripropone le atmosfere e il circo di personaggi che avevano caratterizzato la sua opera d’esordio “Bar Sport”, diventato poi un classico della cosiddetta narrativa umoristica italiana. Tuttavia, proprio il suo umorismo e la sua particolare inclinazione nel caricaturizzare fino all’estremo alcune situazioni, appaiono esasperati, a tratti addirittura esasperanti! La sua comicità, a volte infantile, impedisce di godere fino in fondo della trama. I dialoghi superficializzano la storia e ci si perde nel groviglio di racconti senza più sapere se questi appartengano al passato o al presente. E il lettore rimane con un pugno di polvere in mano: che ne sarà, davvero, dell’ultimo bar, il Bar Sport?

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