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Il discorso americano di Veltroni



Claudio Antonelli
Pubblicato il 2009-09-08 13:28:00
Pubblicato il 2010-06-17 17:45:12
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Soggetti :
Democratic Party , Manhattan , Hollywood , Roma

Cittadino soprattutto romano più che italiano, e per anni internazionalista e filosovietico, Walter Veltroni, nutritosi fin dalla nascita di cinema americano, è oggi culturalmente molto ma molto americano. Ha anche comprato un appartamento a Manhattan. In attesa forse di comprarsene uno nella capitale del cinema, ad Hollywood, approdo dei suoi sogni in bianco e nero e a colori.

Tutto ciò che Veltroni tocca si americanizza. Anche il Partito democratico, alias PD, è diventato brevemente a Roma, ma lui spera per sempre, “Democratic Party”.

Nel Paese dove ciò che conta è “portare avanti il discorso”, Walter porta avanti un discorso in inglese. “I care” è lo slogan che scelse nel 2000 per il congresso torinese dei Ds. Poi fece suo lo slogan di Obama: “Yes We Can”.

L’americanismo di Veltroni, nonostante una base culturale sofisticata, ricorda la passione americana di un altro personaggio, interpretato da Alberto Sordi, che voleva fare l’americano continuando però a mangiare a pranzo e a cena spaghetti.

Il filoamericanismo, paradossalmente, dà al “rooseveltiano-kennedyano-clintoniano-obamiano” Veltroni una patente incontestabile d’italianità, poiché come oggi è americano, a parole, Walter, ieri, fu comunista, a parole.

Inoltre, solo un vero italiano quale lui dopotutto è, può assumere un’identità alternativa, fatta di pose linguistiche e culturali che si sovrappongono all’identità di partenza (di come “mamma l’ha fatto”, per intenderci), senza suscitare ilarità o riprovazione. Ma forse è da capire, poiché nel Belpaese da un certo tempo ormai il motto più diffuso è: “Mi vergogno di essere italiano”.

La resa dei conti Ho ricevuto da un amico lettore la seguente lettera, che pubblico volentieri augurandomi che l’interessante proposta del nostro connazionale, Mario Chieffo, riceva la dovuta attenzione. “ ‘La resa dei conti’: sotto questo titolo, la rivista ‘Ciao’ pubblicava nel numero di agosto un articolo di singolare importanza per la nostra comunità, firmato da Mario Chieffo. Un articolo che a quanto mi risulta non ha avuto eco da nessuna parte. Sarà a causa delle vacanze, sarà a causa della sudditanza della nostra stampa locale nel ruolo di megafono delle notizie di agenzia, e di annunci comunitari quali le festicciole, le scampagnate, i tornei di golf, ecc., sarà quel che sarà, ma questo atteggiamento della comunità denota un unico interesse: tirare a campare, nonostante un’evidente ostilità della politica provinciale nei nostri confronti. L'articolo in questione ci apre gli occhi sull’attuale situazione politica nel Quebec e del trattamento che ci viene riservato assieme a tutte le altre comunità etniche accampate nella "Belle Province". Chieffo ci incita a prendere in mano il nostro destino nel campo politico, creando un nuovo partito che rappresenti la totalità del mondo emigrante [“immigrato” NdR], essendo i tempi ormai abbondantemente maturi, e perché la popolazione emigrante [“popolazione degli immigrati” NdR] è diventata numerosa e altamente qualificata per fare questo decisivo passo. Un passo fondamentale che non solo rinvigorirebbe la politica provinciale in generale, ma che rivoluzionerebbe positivamente il trattamento che ci viene attualmente riservato. L'articolo menziona diversi casi in cui veniamo trascurati e ostacolati in quelli che dovrebbero essere i nostri sacrosanti diritti per poter divenire realmente cittadini a parte intera, e non solamente pagatori di tasse esclusi dai posti e dalle decisioni che contano.”

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