Il complesso tema dell’identità franco-quebechese meriterebbe un ben diverso approfondimento che lo spazio non permette. Mi limiterò a far notare che un ostacolo maggiore al processo d’assimilazione dei nuovi arrivati è il “complesso della sconfitta” (“Plaines d’Abraham”) pietra angolare dell’identità franco-quebecchese. In altri paesi, vedi l’Argentina, l’acculturazione dei nostri connazionali è stata facilitata dal modello d’identità offerto, più attraente e meno complicato di quello quebecchese, incentrato com’è su un sentimento di persecuzione e di ripiegamento di tipo “vittimistico-narcisistico”. Nella patria dei gauchos, inoltre, l’assimilazione fu facilitata dalla somiglianza dei due sistemi di vita, l’italiano e l’argentino, e dalla vicinanza della lingua spagnola all’italiana. Ma questo è un altro discorso…
La “Petite Italie” di Montréal è il luogo dell’arrivo degli immigrati italiani. In Québec, o nel resto del Canada, dall’Italia però non giunge più nessuno. Gli arrivi, anche nella “Petite Italie”, sono il fatto di gente diversa dalla nostra. La popolazione d’immigrati italiani intanto invecchia. Lo stesso fenomeno è avvenuto, prima di qui, a Manhattan, dove la contigua comunità cinese, gonfia di nuovi arrivi, ha straripato nel quartiere storico italiano dalla popolazione ormai diradante. All’ombra della cupola della “Madonna della Difesa” lo straripamento è di tipo diverso, forse ispano-arabo. Di qui l’importanza per la “Piccola Italia” di Montréal di poter continuare a contare su un nucleo minimo di residenti italiani, senza di che perderebbe l’anima.
Se l’identità italiana finisse col ridursi a semplice presenza di negozi dal nome italiano, e a nulla più, l’italianità rischierebbela sclerosi e l’imbalsamazione. Il che è avvenuto nella “Little Italy” di Manhattan, su cui inoltre incombe come una cappa caliginosa l’infame marchio di Caino prodotto dalle catene di montaggio di Hollywood, “cloaca massima” di stereotipi a nostro danno. La grottesca parodia della nostra etnia, fatta dai mass media, appare evidente anche ascoltando ciò che dicono le guide turistiche, nel corso delle visite organizzate alla “Little Italy” di New York; visite che non è improprio definire “tour di Mafia”. La guida ogni volta declama: “A destra c’è il ristorante “Umberto’s Clam House” dove Joe Gallo, detto Crazy Joe, fu ucciso...” “Quello è il ‘Ravenite Social Club’ dove John Gotti, detto Teflon Don, si riuniva con i suoi accoliti...” Ancora una volta: tutto si riduce a mafia…
Il marchio di Caino ci affligge anche in Canada, dove la nomea diabolica di mafiosi si accoppia, inoltre, alla presa in giro. Basti pensare ai dileggi di cui siamo stati fatti oggetto da parte della popolazione di questa provincia in tempi non troppo remoti, quando il semplice fatto di coltivare l’orto di casa e di raccogliere nei campi la cicoria selvatica, come noi facevamo, suscitava la riprovazione e lo scherno dei quebecchesi “pure laine”, grandi adoratori del prato all’inglese.
Oggi le feste del gruppo italiano, e l’annuale “Semaine Italienne” ne è stata un chiaro esempio, avvengono sotto lo sguardo benevolo e compiaciuto delle autorità e della maggioranza della popolazione. Il marciapiede è re in queste occasioni. Intere strade vengono chiuse al traffico per permettere alla folla di passeggiare indisturbata. Solo ieri invece, l’oziare e il chiacchierare sul marciapiede era visto come un’attività innaturale a da reprimere dalla gente “autoctona” - adusa allo star seduta solo bevendo birra.
Direbbe Totò: “Come passa il tempo...”
(Little Italy –V) Un trapianto non facile
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