Un imprenditore tessile e stilista bolognese, certo Carlo Chionna, ha deciso di difendere, attraverso una suggestiva e virile campagna pubblicitaria, il “made in Italy”. E così, quest’estate, la sua immagine è stata onnipresente sulla stampa della penisola. Chionna vi è apparso, a tutta pagina, nelle vesti di gladiatore (vedi foto): sguardo feroce, sudato come dopo uno sforzo tremendo, l’elmo sotto il braccio, la daga in mano, il pettorale in ferro, una ferita sotto l’occhio come dopo un combattimento, i fluenti capelli fin sulle spalle. E sotto la sua maschia figura, a tutte lettere, il messaggio: “Italico disposto a tutto… Salverò il made in Italy.” Per spiegare i motivi della sua crociata, Chionna ha denunciato, in numerose interviste, il fatto che a causa di un’assurda legge sia oggi possibile fregiarsi del marchio “made in Italy” pur producendo all’estero e lasciando in Italia solo due fasi della creazione del prodotto. Chionna, insomma, è un italiano in armi contro la delocalizzazione all’estero delle imprese italiane, che ormai producono in Polonia, in Romania, in Cina o altrove, ingannando bellamente il consumatore perché continuano, come se niente fosse, a fregiarsi della prestigiosa etichetta: “made in Italy”. Il meno che si possa dire è che questo gladiatore del tessile, autarchico difensore del “made in Italy”, è un italiano atipico: nazionalista e guerriero. Si pensa questo all’inizio, ma poi si scopre che Chionna è l’opposto del gladiatore simbolo di romanità che vuole apparire. E che anzi Chionna rappresenta molto bene l’italiano medio. Ha infatti dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera: «Ho 47 anni, non sono sposato, non ho figli perché questo mondo fa schifo, ma non mi manca la passione. Faccio il deejay, come a 16 anni, suono ancora quando posso al Peter Pan e alla Valle delle Rose di Riccione». Il made in Italy per il nostro stilista bolognese, per passione “deejay” e Peter Pan, si limita insomma alla produzione industriale di mutandine e reggiseni, ma non a quella produzione che sola potrebbe salvare l’Italia: la produzione di figli. Il suo commento “questo mondo fa schifo” è poi la classica frase dei popoli sazi e con un nutrito conto in banca, che hanno perso l’istinto della sopravvivenza identitaria. E il popolo italiano, ben sazio e col bicchiere in mano, è tra i primi in questa ingloriosa lista.
Cercansi terzisti
Per migliorare le cose nella penisola un mio consiglio: incrementare in una maniera o in un’altra il numero degli adepti del “terzismo” (“terzietà”), numero oggi assai ridotto. L’Italia, avrebbe proprio bisogno di schierare in campo, a sua difesa, un maggior numero di terzini, pardon di “terzisti”, gli unici capaci di contrastare i mali della partigianeria, del settarismo e dei pregiudizi ideologici della penisola. “Terzismo”, ci spiega lo Zingarelli, “è l’atteggiamento di chi, di fronte a due blocchi politici contrapposti, non si schiera pregiudizialmente per uno dei due ma decide di volta in volta in base alle questioni sul tappeto”. Ugualmente “terzietà”, vedi sempre lo Zingarelli, “è la posizione di chi è terzo, cioè estraneo alle posizioni o agli interessi di due parti”. Ma in Italia ognuno è arroccato sulle posizioni preconcette e prefabbricate del proprio gruppo, fazione, cricca, bottega, parrocchia, partito… Tra guelfi e ghibellini occorrerebbe invece essere “terzisti”! Il terzismo è l’unica speranza che, non l’una o l’altra delle eterne fazioni italiane, ma l’Italia intera possa tornare a vincere. Campa cavallo…
