La Casa d’Italia onora la comunità jelsese



La Casa d’Italia onora la comunità jelsese

La Casa d’Italia onora la comunità jelsese

Claudio Antonelli
Pubblicato il 2010-12-21 09:50:40
Pubblicato il 2010-12-21 09:50:40
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Soggetti :
La Casa , Italia , Montréal

 

La “nuova” Casa d’Italia ha aperto le porte dopo i lavori di ampliamento dovuti alla necessità di adeguare al ventunesimo secolo questo pregevole edificio storico, e “casa-focolare” della nostra identità di italo-quebecchesi sopravvissuti a tante prove. Che Montréal sia una città veramente speciale non è certo da dimostrare. Il fatto poi che, tra gli espatriati italiani del Canada, quelli del Québec siano i “più italiani” è dovuto, a mio  avviso, ad una speciale alchimia, di cui la dualità culturale e linguistica anglo-francese della Provincia è il reagente. Tale dualità, causa nel passato anche di tensioni, ha impedito una nostra adesione acritica allo schiacciante modello identitario nordamericano. Che sia speciale la nostra identità di trapiantati è dimostrato dalla stessa comunità jelsese, gruppo assai compatto di persone provenienti da Jelsi: minuscola cittadina molisana che in Italia non molti conoscono ma che qui da noi ha assunto un profilo di prima grandezza. Se menziono Jelsi è perché Gaby Mancini, presidente, e Pasquale Iacobacci, direttore generale, hanno voluto dare inizio alle attività della Casa d’Italia aprendo le porte proprio alle “traglie”: i carri della sfilata della Festa del Grano di Jelsi (vedi foto di F. Intravaia), e di ringraziamento a Sant’Anna, che si rinnova a Montréal, ogni anno. E la Sagra del Grano di Montréal-Jelsi è un simbolo della sintesi tra il passato dell’emigrato, con i valori del mondo contadino, e l’avvenuta integrazione nella realtà nordamericana. L’esempio di Jelsi, e del sorprendente spirito d’iniziativa della sua minuscola diaspora presente nelle due Americhe, mostra che il rispetto e l’amore per il passato sono lungi dall’essere un impedimento al successo nella nuova terra; altrimenti detto: l’adeguamento ai nuovi stili di vita, alle nuove regole, ai nuovi valori di efficienza e praticità non sono impediti da un’intima fedeltà al passato. L’ex ministro quebecchese John Ciaccia è un esempio magnifico di questa straordinaria sintesi di mondi e di culture. Così come lo sono i fratelli Panzera. Fra questi, è doveroso rivolgere un ringraziamento particolare a Joe e a Gennaro, sempre in prima linea per generosità, sensibilità e spirito organizzativo. Gaby Mancini e Pasquale Iacobacci vogliono che la Casa d’Italia sia il luogo della nostra memoria. Luogo quindi insostituibile per la nostra identità particolare di cittadini del Québec originari della Penisola, e punto di riferimento essenziale anche per il Québec e per il Canada di cui noi siamo una componente non trascurabile. Un’importante funzione della Casa sarà quindi di dare alla nostra realtà in evoluzione le certezze della nostra piccola-grande storia; lo si potrà fare attraverso le testimonianze di vita di coloro che sono venuti prima e che hanno gettato le basi dell’identità della nostra collettività. Certezze, queste, da trasmettere ai nostri figli, e dati preziosi per future ricerche di studiosi.

Pasquale Iacobacci, idealista e pragmatico - persona giusta al posto giusto, quindi - vuole che la Casa d’Italia svolga appunto il ruolo di scrigno delle memorie, le quali altrimenti finirebbero disperse. Le tappe della nostra partenza dall’Italia, l’arrivo, certi avvenimenti molto particolari legati alla nostra condizione di immigrati rischiano di sparire per sempre se noi oggi non creiamo una vetrina-forziere con prove e documenti di ciò che è stato. Iacobacci rivolge quindi un invito a portargli testimonianze - lettere, documenti, scritti vari ed oggetti - dei nostri inizi in questa magnifica terra francese d’America.

Gaby Mancini e Pasquale Iacobacci vogliono che la Casa d’Italia sia il luogo della nostra memoria -

 

Commenti

  • Nome dell'utente
    Antonio
    - 2011-01-06 11:43:29

    Caro Claudio Antonelli A proposito della Festa di Sant'Anna e della sua funzione fortemente identitaria e rigeneratrice per la comunità di Jelsi...ho trovato due "ragioni poetiche" una di Jeanne Hersch e l'altra di Maria Zambrano Il Presente come miniatura dell’Eternità "Celebriamo le feste. Festeggiamo chi ci ama, le stagioni, le lune. Ciascuno ritroverà la certezza che quaggiù c'è posto per lui. Forse è questo, l'essenziale. La festa crea un ordine solenne in cui ciascuno è confermato, nel proprio ruolo, nel proprio posto rispetto al tutto. E' questo, credo, ciò che manca agli uomini del nostro tempo: la certezza di avere il proprio posto nella festa esuberante e tragica del mondo e della storia. Ancor più dell'uguaglianza, è di questa sicurezza che gli uomini hanno bisogno. Senza, prendono a mettere in dubbio il senso della vita, e vivere nell'immensità senza forma è insopportabile. Perché tutto, nell'assenza di senso, si dissolve. E' il regno della grande noia dell'uomo, è il contrario della festa." Maria Zambrano visse l'emigrazione forzata, l'esilio come esperienza limite, come "/oggetto di rivelazione, che è come dire di scandalo/" per chi è potuto restare "/nella propria casa, nella propria geografia, nella propria storia/". Sperimentò l'abisso della perdita del senso, lo spaesamento, l'estraneità a se stessi che prelude all'apertura ad un ignoto prima inconcepibile. "/E tutti questi mondi, prima ancora che di leggi, di ragioni o di altre cose pratiche, hanno bisogno della poesia, che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole/". Ad una presunta oggettività neutra e distaccata, predicata dall'epistemologia dei suoi tempi, ella contrappose un'apertura fiduciosa al reale, una posizione filosofica che era ad un tempo una scelta di vita, "/uno stile di vedere la vita e quindi di viverla, un modo di star piantato nell'esistenza", e ancora "un modo di stare nel mondo ammirati, senza pretendere di ridurlo a niente/" ...

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