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L'identità quebecchese: una strana omissione

Claudio Antonelli
Pubblicato il 13 Settembre 2011
Pubblicato il 13 Settembre 2011
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Soggetti :
Ottawa

 

Alla base del discorso nazionalista quebecchese vi è la volontà dichiarata di salvaguardare ad ogni costo la lingua francese. Ma questa aspirazione non basta, perché, secondo me, s'imporrebbe proprio l'approfondimento della questione "lingua"; ciò che non viene mai fatto negli studi consacrati all'identità quebecchese. Nessuno osa dire che nonostante la strenua lotta a favore del francese, la stragrande maggioranza dei Franco-Quebecchesi dimostra uno scarso attaccamento alla qualità della lingua francese, al vocabolario, alla frase, all'oralità. Il parlar bene, in questa provincia, è visto addirittura come un attentato alla coesione di gruppo. Chi usa un linguaggio più articolato e preciso, chi ha il gusto della discussione, chi dimostra facondia, incorre infatti nella riprovazione della maggioranza. Per non parlare della pronuncia che rende il francese dei quebecchesi di difficile comprensione per i francofoni del mondo intero.

Il discorso sulla tanto celebrata cultura quebecchese andrebbe approfondito. Ma vi è riluttanza da parte degli studiosi a fare un inventario-bilancio dei tratti culturali e dei valori specifici dei Franco-Quebecchesi (forse per scarsezza di materia prima?). Tratti culturali e valori formanti un io collettivo, alla cui difesa i nazionalisti del Québec pur lottano strenuamente.

Occorrerebbe chiedersi: quali sono gli elementi costitutivi della cultura, del mondo dei valori, della maniera d'essere particolare dei Franco-Quebecchesi rispetto al resto dei Canadesi? Esiste una cucina franco-quebecchese degna di questo nome? Che sia proprio il vittimismo l'elemento chiave della psiche collettiva franco-quebecchese? Come si spiega che tutto un popolo abbia girato le spalle, con una rapida piroetta, ai fortissimi valori cattolici del passato? Quali sono le tradizioni dei Quebecchesi? E come conciliare il rispetto di queste tradizioni e la celebrazione della continuità, volute dai nazionalisti, con la frenesia del nuovo che caratterizza le masse ("y a rien là!")? Basti pensare che la provincia che era, fino a ieri l'altro, più cattolica dello stesso Papa, oggi è la più aperta alle novità di ogni sorta comprese quelle sessuali.

Che sia proprio il vittimismo l'elemento chiave della psiche collettiva franco-quebecchese? -

Secondo me, la reticenza o incapacità di cercare di esaminare il contenuto della tanto esaltata unicità quebecchese, deriva anche da un tratto dominante della personalità dei Franco-Quebecchesi: l'ambivalenza. Ambivalenza che li spinge all'accortezza, alla cautela, al possibilismo, alla reticenza, e all'adattamento immediato al momento storico, alle forze in presenza, alle circostanze. Ogni definizione della propria identità e dei propri valori culturali e storici, ogni discorso chiaro, ogni analisi impietosa del penoso livello linguistico dei Quebecchesi, ogni ammissione di torti, sono antinomici rispetto a quel potente fattore darwiniano di sopravvivenza che è stata ed è l'ambivalenza quebecchese, fattore di adattamento in un ambiente ostile.

Lo studioso Jocelyn Létourneau ravvisa appunto nell'ambivalenza il tratto dominante della personalità dei discendenti dei Francesi. Tratto collettivo - preciso io - che si spiega con la loro necessità di sopravvivere in un mondo anglo-americano estraneo ed ostile. Ciò è potuto avvenire grazie alle loro capacità, quasi "amerindiane", di mimetizzarsi tenendo i piedi sulle due staffe: Québec e Ottawa. E rinunciando, in nome dell'autobeatificazione, ad una imbarazzante analisi della debolezza della propria identità culturale, lingua "in primis".

 

 

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