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Il matrimonio omosessuale

Claudio Antonelli
Pubblicato il 27 Settembre 2011
Pubblicato il 27 Settembre 2011
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Soggetti :
Russia , Hollywood

Sul matrimonio come unione di un uomo e di una donna, in molti paesi è stata posta ormai una pietra tombale. Finalmente i governi, campioni di moralità, hanno mostrato al popolo retrogrado, afflitto da pregiudizi ancestrali, la nuova morale. Una tradizione consacrata da tutte le religioni (ma moribonda in Occidente), e già tutelata e incoraggiata dallo Stato per la sua funzione essenziale di protezione della prole e di perpetuazione della società, ha tirato le cuoia, in nome del nuovo feticcio dell’uguaglianza, intesa come interscambiabilità.

Il matrimonio è sacro anche per le persone che non sono religiose, ha detto lo studioso Stanley Kurtz. Ma oggi di sacro vi è solo la Carta dei diritti umani, che, a guisa delle macchie di Rorschach, si presta alle molte interpretazioni. E così l’amore è stato finalmente preso in considerazione, senza distinzione di apparati riproduttori. Sembra una storia dunque a lieto fine: “...e vissero felici e contenti, uniti nell’amore.” In realtà l’amore e la sua durata, nel matrimonio, sono fatti privati che non dovrebbero interessare le autorità. Alla base del matrimonio, da sempre, vi è la famiglia, vale a dire la paternità e la maternità, se non altro come idea, come possibilità.

Si precipiteranno poi gli omosessuali a convolare a nozze? Non pare proprio. Infatti, la varietà dei partners, la “promiscuità” sono molto apprezzate dagli omosessuali; dagli omosessuali maschi, occorre aggiungere, mentre le lesbiche tendono piuttosto alla monogamia. Ma forse la Carta cercherà d'intervenire anche in questo campo, al fine di ristabilire la giusta uguaglianza...

 

I ruoli obbligati

 

In un paio di articoli del New York Times di qualche tempo fa - mi decido solo adesso a trattarne - si parlava di un russo-americano, certo Vitaly Borker, un delinquente, il quale, particolare che interessa a noi, fingeva di chiamarsi Tony Russo. Vi sarebbe tanto da dire su questo episodio, sul quale del resto non poco è stato scritto. Quello che io voglio mettere in evidenza è un fatto che può sorprendere: in nessuno degli articoli a lui dedicati ci si è sognati di usare l'espressione "mafioso russo" per designare questo criminale immigrato dalla Russia. Eppure esiste una mafia russa (che cinema e televisione pubblicizzano assai poco...). Né tampoco si è detto qualcosa sulle ragioni di questo ricorso a un nome di battaglia italiano. Eppure la cosa è evidente: nutritosi di immagini televisive a senso unico - la serie Soprano docet - Vitaly Borker ha scelto per sé un cognome italiano al semplice scopo  di meglio terrorizzare la gente che frodava, maltrattava e minacciava. Nel caso invece che, sempre per truffare la gente, avesse deciso di fingersi medico, psichiatra o economista, avrebbe certamente scelto un nome con una ben consonanza e terminazione. È inutile negarlo: la razza dei Soprano, grazie a cinema e televisione, ha ruoli obbligati. E così lo hanno i cognomi che noi italiani ci portiamo addosso. Al cinema, da sempre, non possono che essere dati nomi italiani ai cosiddetti "mafiosi"; di cui il più grande in assoluto fu invece Arnold Rothstein (ma Hollywood e mass media ci hanno tenuto la cosa ben nascosta). Quindi è normale che un criminale abbia sentito il bisogno di non farsi conoscere sotto il suo vero cognome: Borker - cognome debole, esattamente come Rothstein, sul piano degli effetti ricercati nel campo del crimine - ma si sia dato un nome di battaglia italiano. Lo ha fatto per apparire più convincente. Come dargli torto?

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