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Torniamocene a casa



Fabrizio Intravaia
Pubblicato il 10 Marzo 2009
Pubblicato il 17 Giugno 2010
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Soggetti :
North Atlantic Treaty Organization , La Presse , The Gazette , Afghanistan , Ottawa

Centodieci, centoundici, centododici e speriamo di non essere costretti ad aggiungere altri numeri prima (ma ovviamente anche dopo) la pubblicazione di questo articolo. È la triste conta dei soldati canadesi morti in Afghanistan. La settimana scorsa ne sono stati ammazzati altri quattro, di cui tre in un colpo solo, almeno altri sei sono rimasti feriti. Quasi come “sinistro” presagio lo stesso primo ministro Harper, alla vigilia dei tragici eventi, aveva dichiarato in un’intervista rilasciata alla televisione americana CNN che «le forze alleate in Afghanistan non sarebbero mai riuscite a vincere la guerra contro i talibani». Una frase forte che ha preso tutti di sorpresa. E se non ci crede più neanche il “comandante” - ci chiediamo - perché continuare con questo gioco al massacro? Perché continuare a riempire le cronache di questa tragica conta che sembra non finire mai? Ricordiamo, appunto, che dall’inizio della missione cosiddetta di “stabilizzazione e di pace” in Afghanistan sono morti più di 1000 soldati delle forze alleate NATO di cui, appunto, 112 canadesi ed anche 13 italiani. In una risoluzione presentata lo scorso anno in parlamento, il primo ministro Harper si impegnava a ritirare le truppe canadesi entro il 2011. Perché aspettare il 2011, si sono chieste le opposizioni ad Ottawa, se in ogni caso la guerra, perché di questo si tratta, anche se “vestita” da missione di pace, non può essere vinta? Perché, in tempi di crisi economica galoppante, continuare a spendere miliardi di dollari (più di 11 è il costo stimato) per mantenere quasi 3000 soldati nella terra in cui l’unica cosa che prospera, guarda caso, è l’oppio, che riempie le tasche dei tanti “signori della guerra” locali? Quegli stessi “signori della guerra” che, non più tardi di 20 anni fa, furono ampiamente foraggiati dagli americani per scacciare l’invasore sovietico dall’Afghanistan; quegli stessi “signori della guerra” che, una volta scacciati i russi dopo una sanguinosa guerra civile, hanno instaurato nella loro terra un vero e proprio regime islamico del terrore costringendo la popolazione a vivere nella sottomissione totale. Quegli stessi “signori della guerra” dimenticati fino all’11 settembre 2001, il giorno del crollo delle “Torri gemelle” di New York in cui tutto il mondo si accorse con sgomento, americani compresi, che quei luoghi alcuni anni prima “benedetti” erano diventati santuari del terrorismo islamico internazionale; quegli stessi talibani che ora sono visti come la “peste” e combattuti dalle forze alleate della NATO (“North Atlantic Treaty Organization”) che cercano di imporre, con le armi, il ripristino della democrazia, quella stessa democrazia, e qui il cerchio beffardamente si chiude, che era stata messa da parte per scacciare gli allora antidemocratici (ed ancora comunisti) sovietici. Complimenti a tutti e un modesto consiglio: torniamocene a casa e non nascondiamoci più dietro la parola “democrazia”. Un’ultima annotazione “a margine”, relativa a come la stampa locale ha trattato, nell’edizione del 5 marzo, la notizia della morte dei tre soldati canadesi. Cito due media importanti del Quebec: “La Presse”, che l’ha messa in fondo alla prima pagina, a destra, dando ampio spazio ai “Canadiens” e alla FTQ, e “The Gazette” , che l’ha collocata, invece, in una colonnina di sinistra della prima pagina, lasciando ampio spazio ad altre faccende come i tagli al bilancio del Comune di Montreal. Evidentemente, superati i 100, i morti non fanno più ... “notizia!”

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