Si chiama USS New York ed è una nave militare da guerra americana, una nave anfibio d’assalto, costruita nei cantieri navali della Luisiana, lunga 208 metri. Può ospitare a bordo ben 720 uomini più elicotteri e mezzi aerei. La particolarità di questa nave, che nei giorni scorsi ha stazionato a lungo nella baia di New York, sta nel fatto che è stata costruita con l’acciaio delle Torri Gemelle, le “Twin Towers” del World Trade Center di New York, cadute nell’ormai tristemente celebre 11 settembre 2001, in seguito all’attacco terroristico perpetrato da Al Qaida che vi lanciò contro due aerei dirottati. 7,5 tonnellate di acciaio recuperato in seguito al crollo delle Torri sono finite dunque nella prua della USS New York (nella foto). Ma l’11 settembre verrà ricordato anche con altre due imbarcazioni, sempre due navi da guerra, che verranno a loro volta realizzate con il materiale recuperato al Pentagono e dallo schianto del volo United 93, altri due bersagli di quella terribile giornata di otto anni fa. Se i simboli hanno un valore e, in genere lo hanno, il messaggio è che la “memoria” di quegli attacchi che sconvolsero l’America e il mondo interno, continuerà a vivere e a perpetrare in altri strumenti che sono concepiti e costruiti per fare la guerra, non certo la pace. L’America, a nostro avviso, ha perso un’occasione per lanciare un messaggio di tipo diverso, con 7,5 tonnellate di acciaio e con chissà quanto altro materiale di recupero si poteva forse costruire qualcosa di più “pacifico”, sia pure, per assurdo, un numero infinito di barattoli di conserva, della stessa altezza delle Torri, da regalare a chi non solo non ha da mangiare ma non ha nemmeno gli occhi per piangere. Un modo meno “muscoloso” per onorare la “memoria” delle 2974 vittime delle Torri gemelle e degli altri attentati.
Il crocifisso«Non mi vogliono più, quasi quasi tolgo il disturbo, scendo dalla croce e me ne vado. Dove? Dove mi vorranno, nelle chiese, nei luoghi religiosi, perché in quelli laici, nelle scuole, negli uffici, per l’Europa e l’Italia sono diventato un ... indesiderato!». Potrebbe essere l’inizio di una riflessione, surreale ma non troppo, fatta da Cristo sulla croce, quella croce che ora, nelle aule scolastiche, costituisce, secondo una sentenza pronunciata la settimana scorsa della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli uomini”. Il caso era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana d’origine finlandese, che nel 2002 aveva chiesto ad una scuola di Abano Terme (Padova), frequentata dai figli, di rimuovere i crocefissi dale aule. Non avendo avuto “soddisfazione” dai tribunali italiani si è rivolta a Strasburgo che ora le ha dato ragione. Lo Stato italiano potrà fare ricorso contro la sentenza ma intanto deve pagare alla donna un risarcimento di 5000 euro per danni morali. In attesa di sapere come finirà possiamo solo constatare che un altro simbolo, forse il più importante e il più tradizionale che la storia italiana (ed europea) abbia, sta finendo nella spazzatura. Sono cresciuto a Roma, nella città più “cristiana” che ci sia, dove i simboli religiosi non solo sono evidenti ma non puoi proprio evitarli perché ci sbatti contro, sono andato alla scuola elementare dalle suore, ho giocato chissà quante ore a pallone negli oratori e mio zio è pure prete, eppure non mi sono mai sentito e non mi sento - nella mia laicità - né danneggiato né offeso moralmente dalle presenza di un crocifisso. Ora capisco meglio il significato dell’espressione... “povero Cristo!”
