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Da Kyoto a Copenhagen



Fabrizio Intravaia
Pubblicato il 1 Dicembre 2009
Pubblicato il 17 Giugno 2010
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Soggetti :
Copenhagen , Kyoto , Danimarca

Dal 7 al 18 dicembre si terrà a Copenhagen (Danimarca) la 15ma Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, un appuntamento al quale sono stati invitati 190 Paesi, praticamente tutto il mondo, e al quale, finora, hanno assicurato la loro presenza una sessantina di capi di stato e primi ministri. Tra di essi il presidente Usa Barack Obama e il premier cinese Wen Jiabao, ovvero i dirigenti delle due nazioni più “inquinanti” del Pianeta. Per l’occasione verranno formulati nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, obiettivi che sostituiranno il Protocollo di Kyoto, trattato sottoscritto nel 1997 in Giappone da 160 Nazioni, ed entrato in vigore solo nel 2005 a causa del suo complesso meccanismo di adesione. Kyoto prevedeva l’obbligo, da parte dei paesi industrializzati, di ridurre le loro emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio, metano, ossido di diazoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990, considerato come anno di riferimento, nel periodo 2008-2012. Al trattato non hanno aderito gli Stati Uniti (responsabili del 36% delle emissioni di gas ad effetto serra) mentre la Cina, il Paese a più forte crescita economica, l’India e altri come il Brasile, considerati Paesi in via di sviluppo, furono esonerati dagli obblighi del Protocollo perché non ritenuti tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra durante il periodo di industrializzazione che si pensa stia provocando oggi il cambiamento climatico. I Paesi industrializzati e quelli emergenti dovranno dunque impegnarsi a raggiungere a Copenhagen determinati obiettivi di riduzione in base alle loro capacità e concordare i mezzi necessari per raggiungere tali obiettivi. L'Unione europea ha fissato un obiettivo minimo, pari al 20% entro il 2020 (rispetto al 1990) mentre Obama andrà al Vertice con una proposta di riduzione dei gas serra Usa ''intorno al 17%'' entro il 2020, rispetto al 2005, non un grande obiettivo, sostengono gli ambientalisti, ma pur sempre un passo avanti rispetto all’ “immobilismo” dell’era Bush. Da parte sua Pechino proporrà, tra le altre cose, una riduzione dell’ “intensità carbonica” (ammontare di emissioni ad effetto serra per unità di prodotto interno lordo) del 40-45% sui livelli del 2005, entro il 2020. E il Canada? Dopo un lungo tergiversare il premier Stephen Harper (oltre al ministro dell’Ambiente Jim Prentice) ha deciso che andrà in Danimarca. Il governo del Canada suggerisce un obiettivo generico di riduzione del 20% delle emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020, rispetto al livello di emissioni del 2006. “Troppo poco”, sostengono le opposizioni e gli ambientalisti. Il Canada, che con lo scioglimento dei ghiacci dell’Artico sta praticamente toccando con mano l’effetto dei cambiamenti climatici, potrebbe fare molto di più e meglio ma il governo (conservatore e “petrolio-centrico”) non ha nessuna voglia di ergersi a leader della lotta ai cambiamenti climatici e aspetta di vedere cosa faranno effettivamente gli Stati Uniti a cui sono legati a filo doppio. Le principali associazioni ambientaliste sostengono la necessità di ridurre le emissioni nocive di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990. Occorre agire subito per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra nel minor tempo possibile. La temperatura media globale è già aumentata di quasi un grado. Se crescerà ancora, anche di mezzo grado, gli scenari per il nostro Pianeta potrebbero rivelarsi catastrofici e i risultati sono già sotto gli occhi di tutti!

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