È in pieno svolgimento in questi giorni a Copenhagen, la 15ma conferenza dell’ONU sul clima (che si concluderà il 18 dicembre), un appuntamento molto importante che dovrà stabilire le nuove quote di riduzione per nazione delle emissioni inquinanti, responsabili dell’innalzamento della temperatura sul nostro Pianeta. I paesi industrializzati (tra di essi anche il Canada e l’Italia) sono i maggiori responsabili di tale riscaldamento globale da incremento di CO2 (il biossido di carbonio, prodotto principalmente dalla combustione di petrolio, carbonfossile, dai gas di scarico degli autoveicoli e da quelli delle centrali termoelettriche); Usa e Cina, con circa 7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno, sono responsabili del 40% del totale delle emissioni. Seguono la Russia, il Giappone e i paesi dalle economie emergenti, India, Brasile, Sudafrica. Ma le varie nazioni arrivano a Copenhagen in ordine sparso, non c’è accordo sulle quote di riduzione e si disegna un vero braccio di ferro tra il mondo ricco da una parte, che chiede di fissare obiettivi temporali, e i Paesi emergenti che respingono ogni tentativo di fissare quote e obiettivi di riduzione perché ciò, dicono, nuocerebbe grandemente al grande sforzo di crescita economica in atto. Gli interessi particolari, come succede quasi sempre, sembrano prevalere sugli interessi globali e nessuno sembra voler capire che se non si interviene oggi, e rapidamente, domani sarà troppo tardi. Spesso gli ecologisti vengono accusati di “dipingere” un quadro (ambientale) a tinte troppo fosche ma numerosi studi scientifici e l’evidenza di certe situazioni, dimostrano che bisogna agire subito per ridurre, sia anche per limitare a “soli” 2 gradi, il riscaldamento del Pianeta. Ad esempio, secondo lo “Scar” (Comitato scientifico per le ricerche in Antartide) il livello dei mari aumenterà molto di più rispetto a quanto calcolato finora a causa dello sciogliemento dei ghiacci dell’Antartico e potrebbe raggiungere, in mancanza di correttivi, fino a 1,4 metri nel 2100. Questo significa che intere città costiere come Calcutta e Dacca o isole come le Maldive sarebbe completamente sommerse ed altre metropoli del calibro di Londra o New York sarebbero costrette a spendere miliardi di dollari per difendersi dalle inondazioni. Dall’altra parte del Pianeta, anche l’Artico si surriscalda e questo ci interessa più da vicino vista la posizione geografica del Canada. L’aumento possibile del livello del mare, dovuto allo scioglimento dei ghiacci, di mezzo metro entro il 2050, potrebbe causare, spiega un recente studio del WWF (Fondo mondiale per la natura), più di 270 miliardi di dollari di danni al Canada, per non parlare delle altre nazioni, Stati Uniti compresi. Un altro esempio lampante è quello del passaggio a Nord-Ovest. Abitualmente impraticabile per tutto l’anno a causa dei ghiacci, dal 2006, invece, è diventato navigabile nel periodo estivo e se continuerà così, cioè a riscaldarsi, lo sarà anche nelle altre stagioni; le strade di ghiaccio non sono più sicure per i veicoli che le attraversavano; l’erosione delle coste aumenta, il ciclo di gelo-disgelo è diventato più frequente e più rapido con grande impatto sulle infrastrutture. Il suolo dell’aeroporto di Inuvik (Territori del Nord-Ovest), spiega il “Trnee”, il comitato canadese sull’ambiente e l’economia, ha infatti ceduto proprio a causa dell’instabilità climatica ed anche agli orsi polari, tanto per concludere, sta mancando sempre di più il “terreno” sotto le zampe! Combattere l’inquinamento, da subito, significa non solo salvare la Terra ma anche i suoi abitanti.
Prima che sia troppo tardi
- Numero di volte letto : 176
- Valutare
- In alto della pagina
