Il 9 ottobre scorso, l’austero Comitato norvegese chiamato a giudicare chi fosse degno di essere insignito del premio Nobel per la pace, ha deciso di assegnarlo, non senza sorprese e qualche polemica, al presidente americano Barack Obama, con la seguente motivazione: “Per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”. Obama, lo ricordiamo, ricopre il delicato incarico di presidente Usa da poco meno di un anno. Il 10 dicembre, ad Oslo, Obama, ritirando la medaglia e il diploma del premio (vedi foto) ha pronunciato il discorso di accettazione e di ringraziamento incentrandolo, come era presumibile, sulla necessità di “preservare” la pace nel mondo riferendosi, in particolare, alla situazione in Afghanistan. «Non siamo prigionieri del destino, le nostre azioni contano e posssono indirizzare la storia verso la giustizia. Gli strumenti di guerra giocano un ruolo nel preservare la pace. La guerra - ha proseguito Obama - non è mai gloriosa, e non bisogna mai spacciarla come tale, La guerra è una premessa di tragedia umana». In altre parole, il presidente Obama, che in precedenza aveva dichiarato che forse altri candidati sarebbero stati più meritevoli di lui di vincere questo ambito riconoscimento, ha sposato quel famoso detto latino di Vegezio (IV secolo) che recita “Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra, e così ha fatto quando, proprio all’inizio di dicembre, ha deciso di inviare altri 30.000 soldati americani sul fronte afghano (da aggiungere agli oltre 34.000 già presenti) per cercare di mettere fine, una volta per tutte, alla guerra, travestita da missione di pace, che le forze di coalizione internazionale stanno portando avanti da circa otto anni contro i talibani e quanti sostengono il terrorismo. C’è qualcosa di strano, a mio avviso, qualcosa che stride, tra l’assegnazione di un Premio Nobel per la pace e la decisione di inviare altri (30.000) soldati al fronte. Non c’è dubbio che Obama stia facendo degli “sforzi” per cercare di dare un senso pieno alla parola “pace”, ma sono sforzi, appunto, i risultati sono ben altri e sono ancora al di là da venire. Così come sono ancora “sforzi” e non risultati concreti, i tentativi di dialogo di Obama con l’Islam, le sue aperture, i suoi inviti al confronto, la sua promessa di chiudere la prigione di Guantanamo ... rimasta ancora tale! È anche vero che per dialogare bisogna essere in due e non sempre dall’altra parte si è disposti a farlo. Non c’è dubbio che l’avvento di Obama abbia portato una ventata di ottimismo, di aria fresca, di speranza nei confronti di un mondo migliore e più giusto; ce n’era bisogno dopo il “regno guerrafondaio” di George W. Bush. Finora però, forse anche a causa del fatto che è passato ancora troppo poco tempo dal suo insediamento alla Casa Bianca, le belle intenzioni di Obama sono rimaste più sul piano teorico che su quello pratico; ci viene da pensare allora che il Premio Nobel assegnatogli dai “saggi” norvegesi sia più uno stimolo, un incitamente a passare dalle parole ai fatti, a trasformare gli “sforzi” in azione concrete, un Nobel sulla fiducia, un Nobel in cui per preparare la pace non si debba ricorrere sempre e comunque alla guerra.
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