Cinquantamila, centomila, forse il doppio. La conta dei morti del disastroso terremoto che il 12 gennaio scorso ha colpito la capitale di Haiti, Port- au-Prince, è di un’ampiezza tale che diventa difficile anzi, assurdo, solo immaginarla. L’Apocalisse si è abbattuta su un’isola che non è mai stata “fortunata” da un punto di vista storico e politico, men che meno da quello geografico pur essendo un paese “baciato” dal sole e “accarezzato” dalle acque verdi dei Caraibi, quasi a voler confermare il fatto che le disgrazie non vengono mai da sole. Il sisma di magnitudo 7 della scala Richter (la quale, a differenza della scala Mercalli che valuta l'intensità del sisma basandosi sui danni generati dal terremoto e su valutazioni soggettive, tende a misurare l'energia sprigionata dal fenomeno sismico su base puramente strumentale e gli strumenti hanno registrato un’energia pari a 31,6 milioni di tonnellate di tritolo - l’energia di una piccola bomba atomica è pari a 1000 tonnellate di tritolo -) si è abbattuto su uno dei Paesi più poveri del mondo, sicuramente il Paese più povero del continente americano dove oltre il 50% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e il 78% con meno di 2 dollari, dove i disoccupati sono oltre il 60% della popolazione e dove la mortalità infantile (74 su 1000 bambini) è doppia rispetto al paese vicino, la Repubblica Dominicana, dove il reddito pro-capite annuo è di 560 dollari. Haiti è 146esima nella lista di 177 Paesi dell'Indice di sviluppo umano dell'Onu (UNDP Human Development Index). La Repubblica caraibica, che occupa la metà occidentale dell’isola di Hispaniola (l’altra metà è occupata dalla Repubblica Dominicana) ha poco più di 9 milioni di abitanti di cui il 25% circa (2,3 milioni di abitanti) vive nella capitale dove, forse, il terremoto ha spazzato via un terzo se non la metà della popolazione. Haiti è un'ex colonia francese e la più antica repubblica nera del mondo, fondata da schiavi liberati dopo una rivolta che portò all'indipendenza nel 1804. Il Paese vive in uno stato di perenne emergenza umanitaria. Gli scontri politici succedutisi negli anni non si contano più. Per quasi 30 anni (1957-1986) ha subito la feroce dittatura della famiglia Duvalier, “Papa Doc” e “Baby Doc”, economicamente sostenuta dagli Usa. In tempi più recenti, nel 2004, stato devastato dall’uragano “Jeanne” che causò tremila morti, lo stesso anno dei peggiori scontri politici con tanto di rivolta popolare, era l’epoca di Aristide. Da allora è in corso una missione internazionale dell’Onu. Nel 2008 altri uragani hanno colpito Haiti causando ennesimi lutti e danni per milioni di dollari. Neanche il tempo di ritirare su la testa, di respirare un po’ che Haiti è ripiombata nell’incubo, il peggiore che si potesse verificare, ampificato in maniera abnorme dalle fragili strutture sociali, dall’esilissimo tessuto economico, dalle quasi inesistenti infrastrutture, che sarebbero state spazzate via per molto meno. Solo una grande forza d’animo e l’aiuto internazionale disinteressato di tutti, nostro compreso, potrà risollevare le sorti di una nazione che paga un dazio troppo alto per la sua esistenza.
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