Vedendo un uomo muoversi nottetempo con fare sospetto nei paraggi di un supermercato, una pattuglia della polizia ha effettuato, qualche giorno fa, un normale controllo ed ha constato che, in realtà, la persona che stava rovistando tra i rifiuti e gli scarti del negozio di generi alimentari era un pensionato di 77 anni che non aveva più niente da mangiare. Spinto dalla forza della disperazione, senza più un soldo in tasca, faceva ogni sera la “ronda” dei supermercati per racimolare nei cassonetti un pomodoro di scarto, una mela mezza avariata, qualche foglia d’insalata e, se andava bene, anche un avanzo di carne o di pane. Non è una storia inventata; è successo veramente a Treviso qualche giorno fa. Si, a Treviso, nel “cuore” di una delle regioni più prospere d’Italia. A quanto pare, il pensionato non è il solo a compiere questa “via crucis” del cibo ma altri come lui, barboni, persone cadute in disgrazia economica, disperati, rovistano tra i rifiuti alimentari per procurarsi qualcosa da mangiare. È un aspetto, triste e forse anche patetico, dell’Italia che non va; un aspetto dell’impoverimento del nostro Paese dove la crisi economica non ha certo risparmiato quanti, già prima che colpisse, avevano della difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena; un sintomo, anche, dell’imperante “egoismo” dei nostri tempi dove ben poche persone sono disposte ad aiutare il prossimo disinteressatamente. E a rafforzare i “sintomi” di un crescente disagio economico della società italiana arrivano impietosi i dati dell’Istituto italiano di statistica (Istat). L’indagine annuale sul “reddito e condizioni di vita” effettuata nell’ultimo trimestre del 2008 su un campione di 21.000 nuclei familiari (oltre 52.000 persone) rivela che la quota di famiglie che dichiara di arrivare alla fine del mese con molta difficoltà è salita dal 15,4% del 2007 al 17%. In aumento anche quelli che non riescono a provvedere regolarmente al pagamento delle bollette (11,9% contro l’8,8% dell’anno precedente) e all’acquisto di abiti necessari (18,2% contro il 16,9%) e più la famiglia è numerosa e più aumentano le difficoltà economiche. Se a tutto ciò aggiungiamo che il tasso di disoccupazione ha raggiunto nel novembre dello scorso anno un livello record, l’8,3% (+1,3% rispetto all’anno prima), il quadro diventa ancora più fosco. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,5%: 15 milioni di giovani italiani sono “a spasso”, più di un giovane su quattro (le donne sono quasi il doppio degli uomini) non ha lavoro e non vede grandi prospettive davanti a sé. Non è dunque un caso che, secondo i risultati di una ricerca mondiale effettuata dalla “Gallup Europe” e presentata ad un incontro internazionale di giovani a Bari, gli italiani siano tra i giovani meno ottimisti del mondo: sono al 118mo posto, ben lontani dai loro coetanei svedesi, canadesi, australiani, olandesi ma anche filippini e turkemeni. La scarsa fiducia dei giovani italiani è quasi sempre legata la problema del lavoro.
Lo “school pass”Titolo di una notizia pubblicata dall’Ansa (Agenzia Nazionale della Stampa Italiana) la settimana scorsa: “Scuola: verso ‘school pass’, a Roma un chip anti-assenze allo studio in un liceo classico, studenti ora hanno un badge”. Stampa italiana? Non si direbbe. Senza voler fare troppo i “puristi” o i difensori ad oltranza della lingua italiana, ma che bisogno c’era di “infarcire” di anglicismi quel titolo? Capisco che non è alla moda parlare di “tessera o tesserino scolastico” però, a forza di infarcire titoli (e articoli) ci si può anche ...strozzare!
