Le conclusioni di una commissione parlamentare francese di studio, che raccomanda che il “burqa”, il velo islamico che copre interamente il volto delle donne, sia vietato in tutte le scuole gli ospedali, i trasporti pubblici e negli uffici statali di Francia perché “offende i valori nazionali”, ha rilanciato in tutto il mondo occidentale il dibattito su questo capo d’abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi di religione musulmana, principalmente l’Afghanistan. Nelle nazioni occidentali, Canada e Italia compresi, vivono sempre più persone d’origine islamica che non vogliono rinunciare ai loro usi e costumi, ai principi imposti dalla loro religione e spesso tali principi mal si conciliano con gli usi e costumi del paese ospitante. A Montreal come nel resto del Quebec, recentemente, si è parlato molto dei cosiddetti “accomodamenti ragionevoli”, ovvero sulla necessità di rispettare tali differenze. Ma il problema è: fino a che punto si è disposti ad andare per “accomodare” quanti, emigrati da queste parti, vivono secondo regole che alla maggior parte di noi potrebbero sembrare strane o bizzarre? Fino a che punto è lecito, prendendo a prestito un fatto di cronaca recente, “velare” perfino le finestre di una palestra sita in un quartiere frequentato dagli ebrei ortodossi, perché la vista delle donne in tuta sportiva offende il loro comune senso del pudore? Tali persone, quando passano sulla strada della palestra potrebbero, ad esempio, semplicemente guardare altrove. Ma la materia della discussione è molto più delicata di quanto possa sembrare. Una legge che vieti in modo generale l’uso del velo integrale negli spazi pubblici (come faccio a fare un passaporto ad una donna che si presenta velata dalla testa ai piedi?) è poco percorribile e solleverebbe questioni giuridiche complesse, non solo in Europa ma anche in Canada, perché comporterebbe una limitazione dell’esercizio di una libertà fondamentale, ovvero la libertà d’opinione e di religione, che incorrerebbe inevitabilmente nei “fulmini” delle varie corti supreme o costituzionali e che non aderirebbe perfettamente ai principi contenuti nella “Carta canadese dei diritti e delle libertà”. Cosa fare allora? Il Congresso musulmano-canadese raccomanda al governo del Canada di seguire la “pista” aperta dalla commissione parlamentare francese che raccomanda il bando solo in esercizi e uffici pubblici. Non conformarsi a tale regola comporterebbe delle sanzioni amministrative e non penali come, ad esempio, il rifiuto della o delle persone preposte a fornire il servizio richiesto. Secondo gli estensori francesi della proposta la natura del servizio pubblico legittimerebbe infatti il rispetto di alcune regole particolari (presentarsi a volto scoperto) legate alla sicurezza che, in un’epoca “tormentata” dal terrorismo non è poca cosa. Le preoccupazioni sulla sicurezza, aggirerebbero dunque “l’ostacolo” del rispetto delle libertà garantite dalle varie carte costituzionali.
In attesa di sapere cosa farà la Francia (la legge in proposito sarà discussa in marzo) riportiamo le parole del ministro degli esteri italiano Franco Frattini il quale, parlando ad un convegno ha detto: «Chiediamoci se il fatto di velarsi completamente non sia il primo segno della volontà di non integrarsi e di chiudersi. Altra cosa è il velo che portava mia nonna quando andava a messa. Quello era il segno di un rispetto religioso, ma non era l'imposizione sulle strade dove si sta pregando». “Velarsi” non fa sempre rima con “integrarsi”!
Un “velo” delicato
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