Che l’Italia sia la “terra dello sciopero”, è una cosa conosciuta da tempo. Nel Bel Paese, afflitto da conflitti sociali e sindacali che spesso si eternizzano fino a diventare quasi irrisolvibili, hanno scioperato o scioperano, a turno, ma a volte anche tutti insieme, gli impiegati statali, quelli comunali, gli operai della Fiat o di altre fabbriche, gli spazzini (oggi si chiamano “operatori ecologici), il personale ospedaliero, gli autisti dei mezzi pubblici, i contadini, gli avvocati, i magistrati, perfino i tifosi, come è successo il 27 febbraio a quelli della Lazio che hanno disertato l’Olimpico per l’incontro con la Fiorentina (per protestare contro la dirigenza), ma certo finora non era mai successo che a scioperare fossero gli immigrati. Ora, anche questa lacuna, se così possiamo dire, è stata colmata. Senza voler entrare nel merito dell’importanza di uno sciopero, delle rivendicazioni che esso comporta e sull’utilizzo a volte esagerato o spregiudicato che se ne fa, il primo marzo scorso, con lo slogan “24 ore senza di noi”, gli immigrati residenti in Italia (oltre milioni su una popolazione di 60 milioni) hanno scioperato per rivendicare i loro diritti e per dire basta al razzismo di cui spesso sono o si sentono vittime, ed hanno scelto il giallo come simbolo di questa giornata (perché è considerato il colore del cambiamento e perché non è associato a nessuna formazione politica in particolare). “Non siamo criminali, non siamo clandestini, ecco a voi i nuovi cittadini”, è stato uno dei tanti slogan scanditi dagli immigrati che sono scesi in piazza in varie città d’Italia (chi volesse saperne di più su questo sciopero o sul movimento che lo ha promosso può consultare il sito www.primomarzo2010.it oppure, visto che la mobilitazione è stata a livello europeo, www.lajourneesansimmigres.org/fr/). L’obiettivo degli organizzatori era quello di far capire agli italiani “quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società”. Ed in effetti, pensiamo un istante a cosa succederebbe, all’interno della società italiana, soprattutto in questi ultimi tempi in cui il Balpaese “invecchia” sempre di più, se badanti, baby-sitter, operai, muratori, commessi, improvvisamente sparissero, se ne andassero, lasciando sole le persone anziane, lasciando incustoditi i bambini, paralizzando le fabbriche e i cantieri, lasciando “marcire” pomodori, ortaggi di ogni tipo, frutta, vigne, e quant’altro. Gli immigrati sono una risorsa nel mondo del lavoro, non sono un problema, fermo restando che tutti, italiani e stranieri, devono rispettare le leggi. In questo senso noi, italiani del Canada, che abbiamo vissuto e viviamo l’esperienza dell’emigrazione sulla nostra pelle, potremmo suggerire in tutta modestia ai nostri compatrioti, almeno a quelli più intolleranti, le regole dei vivere in comune, il significato della parola “integrazione” e il valore della tolleranza che, stranamente in un popolo che si dice in maggioranza cattolico, trova sempre meno spazio. Potremmo suggerirli o ricordarli soprattutto ai politici italiani che spesso tessono le lodi e le virtù degli italiani all’estero ma poi si dimenticano di fatto che esistiamo e nella maggior parte dei casi ci trattano come un “fastidio”, come una “riserva indiana” a cui attingere in caso di bisogno (leggi: di voto).
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