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Accomodamenti scolastici



Fabrizio Intravaia
Pubblicato il 18 Maggio 2010
Pubblicato il 17 Giugno 2010
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Martine e François sono due bambini in età scolastica. Come ogni anno, con l’approssimarsi delle vacanze di Natale, si preparano a celebrare degnamente questa bella festa religiosa (ebbene sì, è una festa religiosa, nonostante tutto) e già si pregustano il lungo periodo di vacanze a cui stanno per andare incontro. «Andremo a sciare? A pattinare? A trovare i nonni oppure ce ne resteremo a casa a riposarci e a goderci l’atmosfera del Natale?», si chiedono i genitori contenti di ritagliarsi, fra i tanti impegni, questo periodo di tempo da dedicare alla famiglia. Ma ooops, improvvisamente, arriva la ministra dell’Educazione del Quebec (Michelle Courchesne) e con un colpo di bacchetta magica, toglie ogni “preoccupazione” alla nostra famigliola su cosa fare nel periodo delle vacanze di Natale. Perché? Per obbedire a quella strana cosa che oggi va tanto di moda, e che chiamiamo accomodamenti ragionevoli, abolisce le vacanze di Natale e costringe Martine e François ad andare a scuola anche durante “quei” giorni. Per fortuna, questo è solo un “fanta-racconto” e lo scenario suddetto non si verificherà; i due bambini, con i loro genitori, potranno disporre di quel periodo per fare quello che ritengono più opportuno.

Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo perché la bacchetta magica della ministra, fortunatamente, si è inceppata. Nel febbraio scorso, la Courchesne, ha presentato, in sordina, un progetto di legge che avrebbe sconvolto il calendario scolastico. L’anno scolastico sarebbe stato calcolato in ore invece che in giorni di classe, cosa che avrebbe aperto la strada alle lezioni durante l’estate e i fine settimana e, soprattutto avrebbe spazzato via i periodi (canonici) di vacanza come Natale, Pasqua ecc.. Tutto questo perché? Per “accomodare” le scuole confessionali ebraiche che danno i loro corsi religiosi durante la settimana e che quindi avevano bisogno del fine settimana per impartire le lezioni relative alle materia obbligatorie (francese, matematica, storia ecc.). La riforma ideata dalla ministra ha suscitato la sorpresa, l’inquietudine, le proteste e la collera di tutti o quasi gli addetti ai lavori che l’hanno giudicata “irragionevole”. Le proteste l’hanno costretta, fortunatamente, a fare marcia indietro e la Courchesne ha cercato di salvare la baracca riportando il calendario scolastico a 180 giorni di scuola (giorni e non ore) e reintroducendo tutte le vacanze tradizionali. Le scuole potranno, comunque, dare dei corsi nel fine settimana ma solo dietro consenso dei genitori. Perché creare tutto questo vespaio in un ambiente, quello scolastico, che non vive certo momenti facili, aumentando il malumore degli addetti ai lavori e degli insegnanti già alle prese con i problemi di gestione delle classi che diventano sempre più ingestibili? La ministra si è difesa dicendo che l’obiettivo della sua riforma era di combattere l’abbandono scolastico e non di favorire le scuole ortodosse ebree. Bugia grande quanto una scuola. Sembra quasi che ci si vergogni di essere o di avere una matrice religiosa cattolica da cui deriva la “logica” di un calendario scolastico. Perché noi, con il nostro calendario, ci dobbiamo adattare agli altri e non viceversa? Una società sempre più multietnica come la nostra deve certo essere flessibile e deve tener conto di molti fattori ma questo non vuole dire che bisogna fare sempre e comunque dei compromessi. Una regola da seguire ci deve pur essere altrimenti finisce che ognuno fa quello che vuole nei tempi e nei modi sbagliati. E chi non è contento? Beh, si può “accomodare, ragionevolmente” di fuori!

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