È il titolo di una delle più belle canzoni del cantautore Francesco De Gregori, scritta 25 anni fa: «La storia siamo noi – recitano alcune strofe - nessuno si senta escluso ..., siamo noi che scriviamo le lettere, siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere ... la storia siamo noi, siamo noi padri e figli... la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano». Una mia recente visita al cantiere, in compagnia del direttore generale dei lavori Pasquale Iacobacci, mi ha convinto della “sintonia” tra le parole della canzone di De Gregori e il progetto di rinnovo della Casa d’Italia, storico edifico della comunità italiana che fu ufficialmente inaugurato il 1° novembre del 1936 e che sarà riaperta al pubblico entro la fine di quest’anno con una “veste” nuova, più bella e più ricca della precedente. Si trattava di ridefinire il suo ruolo, di stabilire quale potesse essere la sua funzione all’interno della comunità italiana e della comunità montrealese, anche in rapporto alle altre strutture che nel frattempo hanno visto la luce come, ad esempio, il Centro Leonardo da Vinci. Guardando i pannelli di gyproc, le impalcature, i fili elettrici, i tubi ancora scoperti, respirando l’odore di calce e mattoni, osservando gli operai al lavoro e i materiali accatastati, nella mia mente si è fatta strada sempre più chiaramente, corroborata dalle parole di Iacobacci, che il ruolo principale della Casa d’Italia non potrà che essere quello di custode “geloso” della nostra storia, della storia di tutti quelli che hanno lasciato l’Italia per approdare in queste terre in cerca di un sogno, quello di una vita migliore. Alcuni non ci sono riusciti, molti lo hanno realizzato, tutti hanno contribuito a scriverne la storia, la storia con la “s” minuscola, la storia della gente comune, quella di coloro che, come dice la canzone ... hanno tutto da vincere, tutto da perdere. In una delle prossime edizioni del Corriere Italiano ci occuperemo più da vicino delle varie “anime”, delle varie componenti che formeranno la (nuova) Casa d’Italia. Ma fin da ora il “filo conduttore” è ben presente: la memoria, la memoria di chi ha vissuto sulla propria pelle l’emigrazione, fatta di documenti, di lettere, di oggetti, di foto, di libri, di opere d’arte, di testimonianze che saranno messe a disposizione di chi vorrà prendersi la briga di consultarle negli archivi, nella biblioteca, nell’Eco-museo. La (nuova) Casa d’Italia è e sarà, dunque, la nostra memoria collettiva. Fa parte della nostra identità, è stata testimone dei fatti importanti sia pubblici che privati (matrimoni, feste, celebrazioni varie) della comunità italiana di Montreal e il suo valore non è solo simbolico o culturale ma anche profondamente emotivo. Mattone dopo mattone sta per nascere un “scrigno” in cui racchiudere e custodire per le generazioni future la memoria dei nostri padri perché in fondo, come dice la canzone ... la storia siamo noi, siamo noi padri e figli!
