«Il arrive toujours ce moment. Le moment de partir. On peut bien traîner encore un peu à faire des adieux inutiles …Le moment nous regard et on sait qu’il ne reculera plus. (Arriva sempre quel momento. Il momento di partire. Possiamo tirarla ancora un po’ per le lunghe per fare degli addii inutili … Il momento ci riguarda e sappiamo che non arretrerà)». Sono alcuni dei versi contenuti nel libro “L’enigme du retour (L’enigma del ritorno)” di Dani Laferrière, scrittore, sceneggiatore, intellettuale d’origine haitiana (è nato a Port-au-Prince nel 1953) residente a Montreal da diversi anni, con una ampia parentesi di vita a Miami. Con tale libro Laferrière ha vinto, l’anno scorso, il “Premio Médicis”, un ambito riconoscimento letterario francese che viene assegnato agli scrittori che non hanno ancora una notorietà corrispondente al proprio talento. Lafferière ha avuto una vita piuttosto movimentata. A 23 anni, cronista culturale per un settimanale e per una radio, dovette lasciare precipitosamente Haiti temendo di essere finito, anche a causa delle idee politiche di suo padre, nella lista nera del dittatore “Duvalier” (il famigerato “Papa Doc”) che conosceva un solo modo per far tacere ogni voce contraria alla sua: l’eliminazione fisica. Si installa a Montreal dove prosegue la sua attività intellettuale. Nel 1985 viene pubblicato per la prima volta un suo libro “Comment faire l’amour avec un Nègre sans se fatiguer”, un’esilarante e feroce satira degli stereotipi e dei luoghi comuni del razzismo applicati alla vita sessuale in bianco e nero, che gli procura una certa visibilità nel mondo dei media quebecchesi. Laferrière si trovava ad Haiti al momento del terribile terromoto che all’inizio dell’anno ha sconvolto l’isola.
A causa del suo esilio forzato, Laferrière non può essere considerato solo uno uno scrittore haitiano ma anche uno scrittore nordamericano avendo passato 35 anni della sua vita tra Montreal e Miami. Al centro del suo interesse c’è sempre stato il suo paese natio, Haiti, ma visto con l’occhio di colui che se ne è distaccato, che ha vissuto il trauma della partenza, della separazione, dello sradicamento. E nella vita, così come nella storia, il tempo passa e tutto cambia. Quello che abbiamo lasciato, 35 anni dopo, ma anche 10 o 20 o 40, esiste ancora ma non esiste più. Ciò che rimane è il “ricordo” di quello che abbiamo lasciato e il “ricordo” spesso non collima più con quello che ritroviamo al nostro ritorno, sia pure un ritorno temporaneo, lo spazio di una vacanza. L’occhio e la mente indagano ma sono filtrati dalla lente d’ingrandimento del distacco e spesso si “impantanano” nella nostalgia. «Il momento della partenza ci aspetta alla porta – scrive ancora Laferrière nel suo libro a metà tra la prosa e la poesia – come qualcosa di cui si avverte la presenza ma che non si può toccare. Nella realtà prende l’aspetto di una valigia. Il tempo passato altrove che nel proprio paese natio è un tempo che non può essere misurato. Un tempo fuori dal tempo iscritto nei nostri geni». Lo scrittore parla poi di un suo vicino di casa d’origine italiana, un tale che lui chiama “Garibaldi”, sempre pronto ad offrirgli un buon bicchiere di vino fatto in casa, grande tifoso del Torino (anche se lui, per timore di essere preso in giro aveva sempre detto di essere tifoso della ben più popolare Juventus) che “sogna” di poter tornare un giorno a rivedere la sua squadra del cuore. «Perché non lo fai?», gli chiede l’autore. «Io non posso tornare ad Haiti perché il mio paese è così devastato che la sola idea di rivederlo mi fa male». E Garibaldi, guardandolo dritto negl’occhi gli confida: «Ritorno in Italia ogni notte».
Con “L’enigme du retour”, Dani Laferrière ha vinto nel 2009 il “Premio Médicis” -
