Era il 15 settembre 1971. Una vecchio peschereccio salpò da Vancouver con a bordo dodici volontari americani e canadesi, tra cui dei giornalisti per poter documentare il viaggio. Il loro obiettivo era quello di impedire la tenuta di alcuni esperimenti nucleari ad Amchitka, un'isola vicino alla costa dell'Alaska, perché un’eventuale esplosione (nucleare) avrebbe potuto danneggiare una zona naturale protetta (rifugio di lontre di mare, aquile e falchi pellegrini) e provocare un terremoto e un maremoto. Il rischio era alto e i volontari speravano di impedire l'esperimento per il fatto di essere fisicamente presenti sul posto con una imbarcazione. Il gruppo di protesta si fece chiamare Comitato "Non create l'onda"; durante quel viaggio decisero di ribattezzare l’imbarcazione con il nome di “Greenpeace”. La barca fu intercettata dalla guardia costiera nei pressi dell'isola di Akutan con motivazioni legate a formalità doganali e, anche a causa delle continue cattive condizioni meteorologiche, gli attivisti, sfibrati da tante prove, decisero di abbandonare l'impresa. Ma con grande stupore scoprirono di essere finiti sulle prime pagine di tutti i giornali e di godere del sostegno dell’opinione pubblica. Nel viaggio di ritorno l'equipaggio incontrò un gruppo di indiani Kwatkiutl che rivelò una profezia secondo la quale dei “Guerrieri dell'arcobaleno” avrebbero salvato il mondo prima che fosse troppo tardi, e dichiararono i volontari “fratelli di sangue”. In seguito, una delle barche più “famose” adoperata da Greenpeace, fu dipinta proprio con i colori dell’arcobaleno (e una colomba) e prese il nome di “Rainbow Warrior” (vedi foto). Era nata così, a Vancouver, e proprio da quell’insuccesso diventato un successo, “Greenpeace”, organizzazione non governativa ambientalista e pacifista famosa per la sua azione diretta e non violenta in difesa del clima e dell'ambiente in generale. Oggi Greenpeace, che la settimana scorsa ha festeggiato 40 anni, conta 27 uffici in 41 Paesi (l’ufficio internazionale è ad Amsterdam), 3,5 milioni di sostenitori e circa undici milioni di attivisti online. L'organizzazione, la cui vita in questi 40 anni non è stata tutta “rose e fiori”, anche a causa di diversi contrasti interni, si finanzia tramite contributi individuali da parte di circa 2,8 milioni donatori e fondazioni non profit, ma non accetta fondi da governi o grandi aziende anche per evitare pressioni o ingerenze sul proprio lavoro. Ciò che ha sempre caratterizzato Greenpeace è stata l’azione diretta e non violenta espressa in luoghi ritenuti importanti per i messaggi che si volevano trasmettere, e la scientificità della loro azione in quanto ogni dossier o documentazione sono basati su una precedente ricerca scientifica commissionata in maniera indipendente. «Quello che 40 anni fa ha mosso i primi attivisti - ha spiegato il direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio - era la consapevolezza che il mondo avesse bisogno di un movimento ambientalista e pacifista che parlasse direttamente alle persone per ispirarle ad agire. Dopo quattro decenni rimaniamo fedeli all'idea che la nostra missione è quella di testimoniare e denunciare in maniera indipendente e diretta i crimini ambientali commessi dai governi e dalle multinazionali, per dare voce al pianeta che non ne ha».
