Dopo due anni di pressione da parte delle opposizioni e dell’opinione pubblica, il primo ministro del Quebec Jean Charest si è deciso a istituire una commissione d’inchiesta governativa che possa fare luce sulla “concessione e gestione dei contratti pubblici nell’industria della costruzione” contratti che, stando a quanto emerso da varie testimonianze giornalistiche e da verifiche in corso da parte delle autorità giudiziarie, sarebbero spesso concessi in barba a tutte le regole. La commissione sarà presieduta dalla giudice della Corte superiore France Charbonneau; durerà due anni (il rapporto finale è atteso per ottobre 2013) e sarà mista, si svolgerà cioè in parte a porte chiuse e in parte pubblicamente. La giudice (o commissario), affiancata da due vicecommissari, avrà un mandato ampio. Dovrà capire in che misura la corruzione e la collusione appaiono in modo sistematico nel settore dei grandi appalti e dei grandi lavori stradali e, se questo avviene, dovranno “decifrare” i possibili stratagemmi utilizzati per aggirare la concessione delle gare d’appalto e dunque delle leggi; dovrà anche capire se esistono legami tra l’attribuzione dei contratti e il finanziamento (occulto) dei partiti politici ed esaminare in che modo il crimine organizzato possa aver infiltrato l’industria della costruzione del corso degli anni. Per fare ciò i commissari potranno risalire fino al 1996: 15 anni, dunque, 15 anni in cui al “regno” pechista è succeduta “l’era Charest” e dei liberali.
Fin qui tutto bene. Ma c’è stato un punto in tutta questa vicenda, quello di non concedere alla commissione il potere di obbligare i testimoni a presentarsi davanti alla commissione, che ha sollevato un’ondata di proteste un po’ ovunque: negli ambienti giurdici del Quebec, tra gli stessi militanti liberali, nelle opposizioni e nell’opinione pubblica, e che ha costretto il primo ministro a fare marcia indietro. Charest, messo con le spalle al muro, è tornato sui suoi passi e, due giorni dopo, davanti ai militanti liberali provinciali riuniti in congresso a Quebec, annunciava che il commissario France Charbonneau avrebbe potuto, a sua discrezione, avvalersi del potere di costringere una persona a testimoniare davanti alla commissione. Subito dopo l’annuncio, un “muro” di ministri e deputati liberali si sono affannati a spiegare in lungo e in largo che non si trattava di un clamoroso voltafaccia bensì di un “aggiustamento in corso d’opera” e della dimostrazione che il primo ministro è all’ “écoute” della società, dell’opinione pubblica. Forse sarebbe stato meglio fare atto di umiltà e dire semplicemente, e senza montare in cattedra, che si trattava di un errore clamoroso perché mettere in piedi una costosa commissione d’inchiesta senza poi accordare a coloro che devono svolgerla il potere di obbligare a testimoniare significava avere in mano un’arma caricata a salve: ve lo immaginate il signor mafioso o il signor corruttore e aggiratore di leggi che si presenta, spontaneamente, davanti alla commissione per dire: «ebbene sì io, io infrango sistematicamente la legge, pago tangenti, me ne infischio delle regole, corrompo e faccio quello che voglio?»
Charest si è detto determinato «a fare pulizia nell’industria della costruzione e andare fino in fondo» -
