Autore di sfide spettacolari, l’ex-campione dei superpiuma Arturo Gatti è stato trovato morto in una casa della località balneare di Porto de Galinhas, nello stato di Pernambuco, nel nord-est del Brasile. La polizia brasiliana non ha dubbi: a uccidere Arturo Gatti, l’ex pugile italo-canadese che tra il 1995 e il 2005 era stato campione mondiale dei pesi superleggeri e superpiuma, è stata la giovane moglie brasiliana, Amanda Rodriguez, dalla quale aveva avuto appena 10 mesi fa un bambino e che ora rischia una condanna a 20 anni di carcere. A scatenare l’ira omicida della moglie, che approfittando dello stato di ebrezza di Gatti lo avrebbe colpito a morte alla nuca e al collo con un oggetto contundente, sarebbe stata la gelosia, una circostanza che, sottoposta a interrogatorio, la donna alla fine ha ammesso. Nato in Italia, cresciuto a Montreal, dal 1991 Gatti aveva sempre vissuto nello Stato del New Jersey e pur non avendo mai rinnegato le sue origini, aveva deciso di combattere per il Canada, che avrebbe dovuto rappresentare nel torneo pugilistico delle Olimpiadi di Barcellona 1992. Un anno prima del fatidico appuntamento ci aveva ripensato, decidendo di passare tra i professionisti, sicuro di fare strada grazie alla sua scherma pugilistica e alla potenza che aveva nei colpi. Così quattro anni dopo era già campione del mondo, dei superpiuma per l’Ibf, dopo aver battuto Tracy Patterson, il figlio del grande Floyd. Poi tante sfide altamente spettacolari, come quelle contro Wilson Rodriguez al Madison Square Garden, contro Gabriel Ruelas o con il picchiatore del Massachussets Micky Ward, che gli erano valse la nomination per il “match dell’anno” da parte della prestigiosa rivista Ring Magazine. Si era battuto, anzi aveva “scambiato bombe”, con il grande Oscar De La Hoya, dal quale era stato battuto in cinque round. Contro Joey Gamache invece Gatti aveva vinto, anzi dominato visto che dopo l’incontro l’avversario era entrato in coma. Poi si era ripreso, riportando comunque, seconda la perizia medica, “danni cerebrali permanenti” e per questo aveva citato l’italo-canadese in giudizio. Nel gennaio del 2004 Gatti aveva battuto Gianluca Branco conquistando in quel match il mondiale dei superleggeri, perso un anno e mezzo dopo contro un altro grandissimo, il pluricampione del mondo Floyd Mayweather junior, che gli inflisse una dura lezione. Il destino ha voluto che la stessa sera dell’omicidio dell’ex-avversario, Branco esordisse da peso welter battendo ai punti in sei riprese l’ungherese Janos Petrovics ad Istanbul. Passato nei welters, il 14 luglio del 2007 Gatti aveva detto basta dopo 49 incontri di cui nove persi e 40 vinti (31 prima del limite), molti dei quali terminati in autentiche battaglie all’ultimo sangue. Ma quel giorno l’epilogo di una carriera fatta di vittorie a sorpresa e terribili sconfitte, era stato amaro: Gatti era infatti stato scofitto ad Atlantic City da Alfonso Gomez, pugile semiprofessionista di origini messicane che si era ritrovato sul ring della Board Walk Arena subito dopo la partecipazione a “The Contender”, il reality show di Espn sul mondo della boxe. Il match sembrava appositamente allestito per ridare una lucidata all’immagine del “Thunder” Gatti e invece Arturo era stato umiliato dal jab sinistro e dal diretto destro dell’avversario. Da qui la decisione di ritirarsi e di godersi la vita assieme alla moglie brasiliana accusata ora di esserne stata l’artefice della triste fine.
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