Nell’agosto dello scorso anno attraversai la Penisola di Ungava (Nunavik, estremo nord del Quebec) a piedi, da solo, senza uso di GPS. Fu una spettacolare traversata di 400 Km nella sconfinata e vergine tundra artica.
Molti lettori se ne ricorderanno perché il Corriere Italiano pubblicò il mio resoconto di quella straordinaria avventura in ben quattro puntate, accompagnando un mese intero.
Ora mi riaffaccio sulle pagine di questo giornale per raccontarvi un’altra avventura, più “condensata” nel tempo, per essersi svolta nell’arco di ventiquattr’ore, ma altrettanto intensa e ricca di emozioni quanto l’esperienza nel Nunavik.
Non più i docili rilievi della tundra, ora vi racconterò della scalata alla più alta montagna d’Europa, il Monte Bianco (4807 m di quota), diviso fra l’Haute Savoie francese e la Valle d’Aosta italiana.
Un mondo verticale e perennemente glaciale, dove l’aria è rarefatta (in cima al Bianco c’è una pressione di ossigeno pari a circa la metà di quella esistente a livello del mare), dove la temperatura non sale mai sopra lo zero e la vita è limitata alla presenza di alpinisti, con al seguito tuttalpiù qualche ardimentoso gracchio alpino.
Nonostante sia un un ambiente apparentemente inospitale per la vita, in primo luogo per l’uomo, lassù è possibile vivere esperienze di grande impatto emotivo che aiutano a comprendere meglio se stessi, a intraprendere una profonda analisi della nostra essenza più intima, a far emergere senza finzioni le nostre capacità e i nostri limiti.
In una parola, l’alta montagna ci pone difronte a noi stessi, senza filtri, senza inganni, senza ipocrisie e in questo modo ci aiuta a maturare una migliore consapevolezza della nostra natura umana e del mondo che ci circonda.
Come tutti sanno, sulle Alpi, ogni estate succedono decine di incidenti, molti anche mortali, fra coloro che praticano l’escursionismo e l’alpinismo. La maggior parte delle disgrazie è frutto di imprudenza, inesperienza, leggerezza, stupidità. Poi, purtroppo, nefaste fatalità toccano anche a chi invece è esperto e coscienzioso. In ogni caso, devo dire che io mi sento molto meno sicuro in autostrada che non su una parete di un 4000 o in mezzo alla tundra artica a centinaia di chilometri dal primo villaggio Inuit.
Per questo frequento con molta più gioia le montagne e la natura selvaggia piuttosto che la vita urbana.
In ogni caso mi rendo conto degli inevitabili pericoli oggettivi che si possono incontrare durante una scalata di un certo livello (ma a volte anche su terreni facili e apparentemente docili). Ma è un piacere troppo grande per l'anima e il corpo che non ne posso fare a meno.
Questa estate ho salito il Monte Bianco per la splendida via, interamente glaciale, del Col du Tacul e del Col Maudit. Una cavalcata spettacolare fra i ghiacci immensi del Bianco.
E' stata la mia terza salita alla cima, ma mancavo ormai da diversi anni lassù. E ancora una volta, a pochi metri dalla vetta, mi ha colto la stessa prorompente emozione che provai le volte precedenti, sfociata in un dolce pianto di gioia.
Sono arrivato lassù in una giornata meravigliosa, con un cielo, tutt'intorno al Re delle Alpi, totalmente sgombro da nubi per centinaia di chilometri quadrati. Una visione maestosa mi si è parata innanzi a quasi 5000 m di quota.
Piermaria Greppi
(Continua nel prossimo numero)
Sul Monte Bianco...pensando al Corriere
Toh, chi si rivede! Il nostro amico “Pierre” Greppi, reduce da un’altra avventura, racconta in esclusiva ai lettori del Corriere Italiano quello che si prova scalando la vetta più alta d’Europa. Ecco la prima parte dell’articolo che si concluderà la prossima settimana.
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