Fra teatro, arte e inconscio

Pubblicato il 14 febbraio 2017

Denise Agiman: :«L'80 % della riuscita di una terapia è basata sulla qualità della relazione tra paziente e terapeuta, se non ci si trova a proprio agio è meglio cambiare terapeuta»

©Fabrizio Intravaia

Incontro con Denise Agiman, drammaterapeuta e insegnante di teatro

Animatrice radiofonica e televisiva, regista teatrale, insegnante universitaria di teatro, drammaterapeuta e arteterapeuta, Denise Agiman è una donna piena di talento, con una grande passione per lo spettacolo e la comprensione degli esseri umani.

«Sono arrivata a Montreal nel 1985. Avevo 23 anni – racconta Denise - e mi ero da poco sposata con Silvio Orvieto (animatore radiofonico di CFMB). Sono nata a Milano e mia madre è di Marzabotto (Bologna), mentre mio padre è d'origine ebraico-armena ma è nato in Libia dove la sua famiglia si era rifugiata per scampare al genocidio armeno. A Milano avevo fatto i miei studi universitari in Lettere, pedagogia e filosofia ma ho dovuto ricominciare perché qui non me li hanno riconosciuti. Così ho fatto un "Bac" in "Arte e scienza", ho imparato le lingue, ho fatto un altro "Bac" in "Antropologia, letteratura italiana e lingue" ed ho scoperto la mia grande passione, il teatro. Subito dopo ho fatto un "Master" in "Regia teatrale" all'UQAM e un "Dottorato" in "Performing Arts" che ho terminato nel 2006. A questo punto volevo fare qualcosa che fosse utile sia a livello teatrale, che artistico, qualcosa che potesse aiutare la gente a risolvere certi loro problemi è così ho fatto un altro "Master" in "Drammaterapia" all'Università Concordia, specializzandomi nelle "terapie creative", diventando drammaterapeuta e arteterapeuta.

Parallelamente agli studi artistico-teatrali ho avuto modo di lavorare nel mondo dei media italiani. Nel 1986 Carole Gagliardi mi ha assunto come animatrice e assistente alla produzione per la trasmissione tv "Teledomenica", fino a quando chiuse i battenti, e poi ho lavorato, sempre come animatrice, per la radio CFMB dal 1991 al 2015».

 

Cosa fa un drammaterapeuta e cosa sono le "terapie creative?"

«Invece della terapia di tipo più tradizionale, come quella che in genere si fa stando seduti a raccontare ad uno psicologo le proprie problematiche e le proprie emozioni per essere poi interpretate, si utilizza, a seconda della persone che si ha davanti, un mezzo artistico creativo: dal disegno alla lavorazione dell'argilla, dal mosaico alla creta, dalla costruzione di maschere o di altri oggetti all'improvvisazione, dai giochi di ruolo ai giochi con la sabbia ("Sand Play Therapy"), un approccio psicanalitico che viene da Jung (pischiatra e psicologo svizzero, 1875-1961). Attraverso il loro utilizzo la tua mente si esprime, comunica, libera qualcosa. Un disegno o un oggetto fatti in un certo modo non vengono fatti in quel modo per caso, vengono fatti così perché rappresentano una proiezione di sé stessi e di quello che la psiche ha urgente bisogno di esprimere. L'inconscio – diceva Carl Gustav Jung - è un contenitore inesauribile di creatività, lascialo esprimere e parlerà di te, della tua vita.

Attraverso il modo in cui la persona si esprime artisticamente si può capire da quale tipo di problema è afflitto e si può tentare di risolverlo. Il mio lavoro è di fargli prendere coscienza del problema e di accompagnarlo in questo percorso di riscoperta di se stessi. Il primo passo verso la guarigione è prendere coscienza del proprio problema. Lavoro tanto con i bambini che con gli adulti. Dai bambini che hanno delle difficoltà di relazione a scuola a quelli che hanno problemi di iperattività, dagli adolescenti che "subiscono" il divorzio dei genitori agli adulti con problemi d'identità o di reinserzione nel mondo del lavoro, dai bambini autistici alle donne con problemi di violenza familiare, dalle persone con problemi di disordine alimentare (anoressia, bulimia) alle coppie in crisi e così via.

 

Dove svolgi la tua attività di drammaterapeuta?

«Nel mio "Centro di terapia per le arti" che però in questo momento è "ibernato" perché sto cercando un luogo, nella zona di Saint-Laurent, dove abito, dove poter aprire, nella prossima estate, un "Cafè-boutique-art", un centro dove poter fare della terapia individuale o di gruppo e dove poter prendere anche un caffè, dove potersi incontrare ed esprimersi attraverso le arti. Ma lavoro anche con la "Société canadienne du cancer" dove, sempre attraverso l'uso delle varie arti, tengo dei corsi di gruppo per aiutare le persone a vivere con la malattie e con le sue conseguenze, con "Anorexie et boulimie Québec", un organismo che viene in aiuto alle persone affette da disordini alimentari, e con una clinica privata di Outremont per lo stesso tipo di problematica. Tra l'altro, faccio anche l'interpretazione dei sogni. Il sogno è praticamente il tuo inconscio aperto, può aiutarti a capire meglio delle situazioni che stai vivendo».

 

Parliamo della tua grande passione per il teatro...

«È una passione che ho sviluppato a tutti i livelli; ho pubblicato dei libri, dei saggi, ho fatto delle conferenze. All'inizio degli anni '90 ho fondato, con Augusto Tommasini, poi deceduto, una compagnia teatrale professionale che poi ho chiamato "TeAltro" con la quale ho montato 40 spettacoli, in italiano, inglese, francese e fatto due tournée. Ho condotto un'attività parallela di teoria, studi e insegnamento, e pratica teatrale come attrice, regista e direttrice artistica. Ho fatto tante cose, contemporaneamente, tutte legate all'espressione artistica e alla mia italianità con molto teatro italiano, da Goldoni a Pirandello a Dario Fo.

Dal 2009 insegno "Storia del teatro italiano, teoria e pratica", all'Università di Montreal, nell'ambito del programma di Studi Italiani e, dall'anno scorso, "Commedia dell'arte" all'Università McGill, il cui esame finale consiste nel montare uno spettacolo teatrale. È un'esperienza, quella di recitare in italiano, che crea negli studenti una forte emozione, non solo a loro ma anche e soprattutto ai loro genitori e nonni che vengono a vederli, e che rimarrà poi indelebile nella loro memoria».

 

Come italiana e come donna hai mai incontrato problemi nel tuo lavoro?

@R:«Nella mia professione di drammaterapeuta e insegnante no. I miei pazienti si accorgono subito che ho un accento e quando dico loro che sono d'origine italiana fanno un gran sorriso perché nell'immaginario collettivo l'arte e l'Italia sono sempre associate. Nell'ambiente artistico-teatrale, invece, ho trovato tanta discriminazione e razzismo, sia come donna che come persona d'origine italiana. Anche come artista italiana nella comunità italiana non ho avuto poi così tanti favori».

 

Cosa ti piacerebbe fare "da grande?"

«L'insegnamento è un aspetto importante della mia carriera ma il vero "mestiere" della mia vita è quello di regista teatrale o direttrice artistica!»

Fabrizio Intravaia