Prigioniero... dei ricordi


Pubblicato il 26 maggio 2009

Abruzzese di nascita, emigrato in Canada nel 1958. Per il suo 90° compleanno ha ricevuto (con qualche mese di anticipo) un viaggio in Sudafrica, dove ha visitato il suo vecchio campo di prigionia. Sessantuno anni dopo.

Tornare nel campo di prigionia dove hai trascorso sei anni della tua esistenza. Nell’altro emisfero, dall’altra parte del mondo. Tornarci dopo 61 anni. Non succede a tutti. Può essere un’emozione forte, un colpo al cuore, pericoloso soprattutto per un novantenne. Ma Domenico De Santis ha retto bene e si è gustato in fondo questo momento, probabilmente il più bello della sua vita, a parte il proprio matrimonio e la nascita dei due figli.

Per la verità si è trattato di un regalo, un regalo anticipato del suo compleanno, appena festeggiato. Tony De Santis, figlio del nostro protagonista, ci racconta com’è andata: «Da oltre 50 anni, sento dire a mio padre che il Sudafrica è il posto più bello che esista al mondo. Poco a poco, ho cominciato a crederci anch’io. E logicamente mi è venuta una grande curiosità. Pur avendo viaggiato molto (sono stato anche in Australia) non ero mai stato in questo Paese dove mio padre era stato prigioniero durante la Seconda Guerra mondiale. Ebbene, un bel giorno mi capita fra le mani un depliant dell’associazione ex studenti della Concordia University, che organizzava un viaggio proprio in Sudafrica. Ho capito che si trattava di un messaggio divino... Insomma era l’occasione giusta. Ho chiesto a mio padre se voleva andarci. Lui non ci credeva e non ci ha creduto fino a quando non ha visto il biglietto aereo». Cosicché, nel febbraio di quest’anno, i due De Santis affrontano il fatidico viaggio, fanno parte del gruppo di circa 29 persone adunatesi da ogni angolo del Nord America che si involano per l’Africa del Sud. Ma papà Domenico non sa ancora cosa lo aspetta. Crede solo di visitare le grandi città e le attrattive principali, come avviene nei viaggi organizzati. «Per la verità, lo pensavo anch’io - dice Tony - e per me era già bellissimo poter essere là insieme a mio papà. Succede invece che a Johannesburg la nostra guida, una bella signora sulla sessantina, di nome Pam, nell’ascoltare la storia, soprattutto quella di mio padre, la sua prigionia in Sudafrica, si commuove. Fra le lacrime, mi tira in disparte e mi promette che troverà... quel posto. Ma dev’essere una sorpresa per papà...».

Il 4 febbraio 2009 (il giorno dopo il compleanno di Tony) i due De Santis sono all’interno di un’auto presa in affitto. Loro due da soli, con il conducente della macchina. E qui inizia il racconto di papà Domenico, i cui occhi cominciano subito a farsi lucidi, mentre parla: «Mio figlio mi dice che sarà una gita, ma senza dirmi dove andremo». Strada facendo, però lui sente qualcosa dentro, una specie di luce che gli si illumina. Riaffiorano i ricordi. Man mano che l’auto di avvicina alla destinazione, Domenico capisce, riconosce i posti, il posto...«A un certo punto non ho avuto più dubbi: è Zonderwater!».

Facciamo un passo indietro, anzi più di uno. Domenico nasce in Abruzzo, a Palmoli, provincia di Chieti, il 12 maggio 1919. Ha lo stesso nome di suo padre, mentre la madre si chiama Gelsomina. «Nel febbraio del ’40 vengo arruolato. Mi trasferisco a Roma al 61/mo Battaglione carri d’assalto. Dopo circa 40 giorni ci mandano a Tripoli, Libia, in nave. Fu lì che vidi per la prima volta una persona di pelle nera». In giugno scoppia la guerra. Domenico ed i carri armati italiani si ritrovano a Sirte, a combattere contro i francesi. Poi il fronte bellico si sposta al confine con l’Egitto. De Santis viene catturato dagli inglesi ad Agedabia, il 6 febbraio 1941. «Ci trasferiscono dapprima a Bengasi. Sessantamila persone, rinchiuse in un campo di concentramento. Senza mangiare, senza bere, per diversi giorni». Domenico racconta di un tentativo di sommossa, una rivolta da parte dei prigionieri, che viene ben presto soffocata dai soldati nemici. «Eravamo destinati alla fucilazione, alla decimazione. Pensavo di poter morire anch’io. Poi, per fortuna, una trattativa condotta dai nostri superiori, ha fatto cambiare idea ai nemici. E così fummo risparmiati». E inizia un altro trasferimento. «Da Bengasi a Tobruk sono quasi cinquecento chilometri. Ci trasportarono in piedi, tutti ritti, ammassati, nei camion. Per ore e ore, con il ghibli (il vento sabbioso del deserto, ndr.) che ti rendeva tutto ancor più insopportabile». Dal porto di Tobruk, venivano imbarcati ogni settimana sulle navi inglesi migliaia di prigionieri per essere trasportati in altre destinazioni. «Quel giorno toccava a noi. Eravamo incolonnati, la fila si assottigliava sempre più, ma l’imbarco si arrestò e rimasero a terra tre persone prima di me, col resto che stavamo dietro. Non c’era più spazio nella nave. La vedemmo salpare. Dopo aver percorso duecento metri, saltò in aria, a causa di una mina. Data la vicinanza, alcuni superstiti riuscirono a salvarsi giungendo a nuoto nel porto, ma tutti gli altri... morti. E pensare che potevo esserci io...», ricorda con commozione. Dunque, salvo, per la seconda volta!

Il suo racconto è vivo, interessante, pieno di particolari e di aneddoti. Domenico ha una memoria di ferro, incredibile! Ma non basterebbero forse tre pagine di giornale... Siamo costretti, per motivi di spazio, a sintetizzare. Dunque, il suo viaggio di avvicinamento al Sudafrica, passa per Alessandria e Porto Said. Infine, eccolo sbarcato a Durban, dopo oltre una settimana di navigazione. «Ci portarono in un baraccone e ci fecero denudare per il lavaggio e la disinfezione. Il barbiere fece il resto non lasciandoci neanche un pelo addosso. Dopodiché, ci diedero la divisa da prigionieri». Qualche settimana dopo, eccolo a Pretoria, dove rimane per circa un mese, prima di arrivare, finalmente a Zonderwater.

La nostra domanda è scontata ma d’obbligo: come si stava? Domenico risponde senza esitazione: «Il mangiare era quello che era, non certo come a casa. Era poco e poco consistente. Un filoncino veniva diviso tra otto persone. La razione era lunga quanto una sigaretta. Nel brodo, qualche patata, poca roba, tutto liquido... Ma non ci trattavano così male, ognuno di noi faceva il suo mestiere. Chi il muratore, chi il contadino, chi il cuoco, chi il sarto, chi il calzolaio, ma c’erano anche i maestri di scuola, gli artisti, i musicisti, i medici. Io facevo il meccanico, quello che avevo sempre fatto».

L’esperienza più toccante, per lui, durante la prigionia è senza dubbio l’incontro con... il fratello. Già, il fratello. Che, pur non essendo militare (lavorava per conto del governo italiano e si trovava in Nord Africa) venne anch’egli catturato e internato a Zonderwater. «Una mattina, mentre passeggiavo lungo la recinzione del mio campo, vidi un altro prigioniero, al limite del campo vicino, anche lui accanto al reticolato, a una quarantina di metri di distanza. Ci parlammo, mi chiese: camerata, ci sono abruzzesi lì fra voi? Gli risposi che anche io lo ero. Mi chiese ancora: e per caso conosci Marco De Santis? Lo riconobbi, era lui, Marco, mio fratello. Non ci vedevamo da sette anni. Grazie al cappellano del campo, riuscimmo ad abbracciarci. Chiedemmo ai superiori di poterci riunire. Accettarono e così lui venne a vivere nel nostro campo».

Finisce la guerra, gli inglesi chiedono ai prigionieri di firmare un foglio “liberatorio” dove si promette di “lavorare per le forze armate del Patto Atlantico” e cioè “contro la Germania e il Giappone”. Quasi tutti i prigionieri di Zonderwater, per amor di libertà, firmano il foglio, compreso suo fratello. Domenico invece fa parte della minoranza che non firma e viene definito “non collaboratore”. «Non era una scelta politica o ideologica, ma io dissi: mi avete fatto prigioniero perché avevo un’altra divisa? Ora che la guerra è finita, riportatemi a casa». Così rimane internato per altri due anni, il prigioniero matricola POW 229377. Una prigionia certamente più comoda, ma sempre di prigionia si è trattato. E per uno spirito libero come lui, un’altra dose di sofferenza. «Dico solo che quando son partito, nel ’40, pesavo 83 chili. Al ritorno a casa, sette anni dopo, ero 53 kg». Era il primo febbraio del 1947. Lo stesso giorno, di sette anni prima, aveva cominciato quest’avventura. E sempre in febbraio, ma del 2009, Domenico ha potuto visitare quel che è rimasto di Zonderwater. Un’esperienza indimenticabile, un regalo inestimabile, quello che la sua famiglia gli ha fatto. «Non troverò mai le parole giuste per ringraziarli», conclude fra le lacrime.

Per la cronaca, De Santis si è sposato nel 1951 con Maria Casanova. In Italia hanno avuto due figli, Rita (oggi avvocato) e Tony (imprenditore). In Canada, il nostro simpatico e arzillo Domenico è emigrato nel dicembre del 1958.

Zonderwater... “senz’acqua”

Sorgeva a una quarantina di km a Est di Pretoria, in una località il cui nome significa “senza acqua”. Nel febbraio del 1941, era un campo di tende strapazzate dal vento, con guardie armate che non esitavano a sparare sui prigionieri quando si avvicinavano al filo spinato. Poi, col passare del tempo e con l’arrivo di un nuovo comandante, Zonderwater vide sorgere al suo interno 30 km di strade, una quindicina di scuole, un ospedale che trattava 11 mila casi l’anno, biblioteche, moltissimi impianti sportivi e ricreativi. Anche un cimitero che dal 1947, ogni 4 novembre, in Italia festa delle Forze armate, è meta di pellegrinaggio e luogo di preghiera per la Comunità italiana del Sudafrica.

Per i prigionieri dunque c’era la possibilità di praticare il proprio sport preferito. Calcio, tennis, bocce, pallavolo, pugilato, atletica. E pure attività artistiche: pittura, scultura, teatro. Ogni campo aveva la propria compagnia teatrale, la propria banda se non addirittura un’orchestra. Commedie e persino operette venivano rappresentate. Non è tutto: circa 9000 persone analfabete hanno imparato a leggere e scrivere. Fra i passatempi, anche cinema e lettura...

Zonderwater, coi suoi 97 mila prigionieri ospitati, è stato il più grande campo di concentramento per soldati italiani costruito dai britannici. Se oggi si sa quasi tutto di quegli anni, di quei prigionieri, si deve alla caparbietà di Emilio Coccia, imprenditore e presidente dell’associazione ex prigionieri, che vive in Sudafrica da quasi 40 anni. Con l’aiuto del governo locale ha avviato una certosina ricerca negli archivi militari per tracciare il profilo e la storia di tutti i deportati. Schede mediche, tessere anagrafiche, reperti autoptici. Quasi centomila dossier personali messi in ordine. Anche il governo italiano sostiene l’iniziativa con circa diecimila euro l’anno, ma senza le donazioni private è difficile andare avanti, anche per i continui furti che Zonderwater (oggi cimitero-museo) è costretto a subire.