Sul Monte Bianco...pensando al Corriere

Pubblicato il 22 settembre 2009

Il nostro amico “Pierre” Greppi, reduce da un’altra avventura, racconta in esclusiva ai lettori del Corriere Italiano quello che si prova scalando la vetta più alta d’Europa. Ecco la seconda ed ultima parte dell’articolo iniziato nello scorso numero.

La notte precedente la scalata ho dormito nella stessa tendina che ho usato durante la traversata nella tundra del Nunavik e che si è dimostrata una fidata compagna anche sui ghiacciai.

L’ho montata ai piedi della Aiguille du Midi, fiera guglia granitica di 3800 m, sulla cui cima si giunge da Courmayeur con la famosa funivia dei ghiacciai. Ho trovato un comodo posto nel mezzo di un pianoro glaciale circondato da montagne mitiche per gli alpinisti di ogni tempo e di ogni nazionalità. Infatti, nei pressi della mia tenda ce n’erano alcune altre decine, di alpinisti greci, spagnoli, francesi, svizzeri, inglesi, italiani, polacchi, russi, americani e chissà, magari nella folla ci sarà anche stato qualche canadese. Sembrava di essere al campo base dell’Everest o del K2. Nel tardo pomeriggio, mentre riposavo al tepore dell’interno della mia tenda, mi sentivo avviluppato da un crogiolo di lingue che neppure sulla torre di Babele.

Sono giunto alla “cittadella” alpinistica a metà pomeriggio. La giornata è calda, il sole scotta il doppio, riverberato com’è dalla neve che ricopre il ghiacciaio sottostante. La quota è di 3500 m e quel caldo è solo momentaneo. Al sopraggiungere della sera tutto sarà irrigidito nella morsa del gelo. Non appena il sole se ne va, infatti, devo vestirmi con maglione e giacca e indossare la calzamaglia sotto i calzoni da neve.

Dopo aver mangiato un panino e una barretta di frutta secca e miele, mi ritiro nella mia tendina, mi infilo nel sacco di piumino e provo a dormire un po’.

A mezzanotte mi ridesto all’acuto suono della sveglia del mio cellulare.

Uscito dalla tendina mi accoglie un cielo stellato di inimmaginabile bellezza e soprattutto una mezza luna la cui luce argentea si riverbera sulle nevi e sui ghiacci che mi circondano.

La salita alla luce della piccola lampada frontale dura circa 5 ore, poi si materializza d’incanto la magia dell'aurora che, da oriente, spande la sua luce rossastra, al di sopra del Cervino, del Gran Combin e delle catene del Monte Rosa e dell'Oberland Bernese. Uno spettacolo che rimane impresso indelebilmente nella memoria e che riaffiora, di tanto in tanto, durante la quotidianità del vivere in pianura, vivificando come ossigeno puro.

Fino al Col Maudit la salita è proceduta abbastanza tranquillamente, a parte il verticale scivolo di ghiaccio vivo di circa 80 metri che precede il colle, in cui ho dovuto “piolettare”, usare cioè le due piccozze e i ramponi con la tecnica della piolet traction.

Invece, dal colle (posto a 4400 m circa) sino alla cima, il procedere si fa sempre più difficoltoso, a causa della mancanza di ossigeno dovuta alla quota elevata.

Nonostante l’affanno e la fatica, spesso sollevo lo sguardo alla vetta e al panorama meraviglioso che si allarga sempre più attorno a me. Ed è a pochi metri dal punto più alto d’Europa che mi coglie una profonda emozione di gioia e di pace interiore. Allora gli occhi mi si fanno lucidi e una lacrima mi scende sulla guancia.

Nonostante ci fossero numerosi altri alpinisti sulla cima, quel momento magico ha saputo escludere per alcuni istanti ogni presenza umana e lasciare che potessi essere io solo con la montagna, per vivere profondamente il sentimento d’amore che mi univa alla Natura in quella occasione speciale.

Le montagne non finiscono mai di trasmettermi il senso più profondo della vita ed è per questo che sarò loro sempre grato. Piermaria Greppi