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«Anche i padrini hanno un’anima!»

L'attore Sergio Castellitto

A Montréal per interpretare il boss mafioso Frank Paterno nella megaproduzione “Mafia Inc”, liberamente ispirata al libro “Mafia Inc. – Grandeur et misère du clan sicilien au Québec”, scritto da André Cédilot e André Noël, il Corriere Italiano ha incontrato l’attore Sergio Castellitto. Incontro.

Questa è la terza volta che vengo a Montréal. La prima è stata una decina di anni fa – afferma l’attore romano – per presentare il film “Non ti muovere”, con Penelope Cruz, tratto dal romanzo omonimo scritto da mia moglie Margaret Mazzantini. La seconda nel 2014, come presidente della giuria del Festival des Films du monde de Montréal e questa volta, invece, per girare un film come attore.
«Ciò che mi è sembrato interessante è stato mettere dentro il personaggio anche una certa ironia tipica di noi italiani»Sergio Castellitto
Trovo Montréal una città straordinaria, una città con un “doppio sapore”, americano ed europeo allo stesso tempo, con qualcosa di familiare. Già dal mio primo soggiorno ho avuto subito la sensazione di trovarmi a mio agio, sarà anche per via della lingua francese anche perché ho lavorato molto in Francia. È una città splendida, organizzata magnificamente, se a Roma nevicasse come qui a Montréal rimarrebbe paralizzata per mesi!»

Come si è trovato sul set di Mafia Inc.?
«Benissimo, è stata un’esperienza magnifica. Io ho già fatto diversi film ambientati nel mondo della mafia e della criminalità, film italiani, dove ho interpretato anche personaggi profondamente diversi da questo che è un boss spietato e senza scrupoli.
Mi sono divertito molto. Daniel Grou, detto “Podz”, è un regista formidabile, sa molto bene ciò che vuole raccontare, mette a proprio agio gli attori e contemporaneamente permette loro una grande libertà, per fare questo ci vuole molta autorevolezza.
Il personaggio che ho interpretato (le riprese a Montréal sono terminate la settimana scorsa) è d’origine italiana ed è qualcuno che ha “occupato” questo territorio della criminalità mafiosa in maniera molto forte e violenta. Però, quello che mi è sembrato interessante è stato mettere dentro il mio personaggio anche una certa ironia che è tipica di noi italiani ma che è anche tipica di una certa mafiosità. La mafia e la mafiosità sono tante cose. Noi italiani abbiamo esplorato la creatività in tutte le direzioni e l’abbiamo esplorata anche dal punto di vista della criminalità. Siamo creativi anche in quella. Se penso che l’organizzazione criminale mafiosa ha nel suo gergo fondamentale delle parole che sono tra le più belle del nostro vocabolario come, ad esempio, “rispetto”, oppure, “onore”, tutte parole di grande nobiltà, tutto ciò ti fa anche capire la capacità che ha di manipolare la visione della realtà e la società».

E come si è trovato nei panni del “cattivo?”
«Buono o cattivo non importa. L’importante è che ci siano delle contraddizioni perché quelli che non sono interessanti sono i personaggi piatti, che non hanno chiaroscuri. Dentro un personaggio positivo ci deve essere sempre un controcampo, un segreto, un mistero, una qualche problematicità, così come, ad esempio, nei personaggi “negativi”, come in questo caso, bisogna sempre rintracciare il lato simpatico o affettuoso. Frank Paterno è un boss della mafia spietato ma è anche un padre, un figlio, un marito. Attraverso il personaggio racconti anche gli usi e i costumi di una famiglia, di come ne vediamo i rapporti».
In che lingua è stato girato il film?
«In inglese, francese e … siciliano. Tutto ciò, proprio a Montréal, una città decisamente multiculturale dove l’incrocio delle lingue è una delle componenti essenziali della sua creatività. Mi sono divertito molto a saltare da una lingua all’altra infilando dentro una battuta in inglese qualche parola in siciliano come “minchia” o “camurria” e il regista le ha accettate tranquillamente anche perché tutto ciò è nello spirito del film».

Cosa preferisce fare l’attore, il regista, lo sceneggiatore?
Mi diverto, anche con mia moglie Margaret con la quale oltre a condividere la vita condividiamo anche molti progetti di lavoro, a fare un po’ di tutto per cui ormai non mi considero più attore o regista, ho la fortuna di essere un artista che può scegliere ciò che vuole fare, il successo in realtà è proprio questo: scegliere cosa si vuole fare!»

Come sta il cinema italiano?
«L’arte – spiega Castellitto – è sempre lo specchio della società, se la società non funziona, come fa a funzionare l’arte? Come fa a funzionare il cinema? I problemi non mancano; nonostante questo ci sono delle bellissime individualità ma con una visione un po’ troppo internazionale. Mi spiego: noi siamo andati forti quando abbiamo raccontato la “nostra” società, penso a De Sica, a Rossellini. Forse dovremmo tornare di più a raccontare queste storie. In fondo, gli artisti hanno il dovere di essere ottimisti».

Fabrizio Intravaia


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