Canada
13:49pm7 settembre 2021 | mise à jour le: 7 settembre 2021 à 13:50pmReading time: 5 minutes

Un rifiuto difficile da digerire

Un rifiuto difficile da digerire
Photo: Foto cortesiaIl ricercatore Fabio Scetti

La “sfortunata” esperienza in terra canadese del ricercatore italiano Fabio Scetti

Fabio Scetti, originario di Morbegno (Sondrio), è un cittadino italiano attualmente professore associato di Linguistica all’Università Paul Valéry di Montpellier (Dipralang) e ricercatore-membro internazionale (dal 2018) presso il CRIEM (Centre de recherches interdisciplinaires en études montréalaises) dell’Università McGill.

Per il CRIEM ha condotto degli studi e pubblicato diverse opere dedicate alla comunità portoghese di Montréal (linguaggio, feste tradizionali, identità) e sta facendo altrettanto per quanto riguarda la comunità italiana.

«Nell’estate del 2020 – racconta Fabio Scetti ancora provato dalla sua avventura – sarei dovuto venire a Montréal per terminare i miei studi di postdottorato sulla comunità italiana. Nel quadro delle mie ricerche avrei dovuto registrare diverse interviste sia con delle persone anziane che con dei giovani della comunità italiana per analizzare quale tipo di italiano viene parlato all’interno della nostra comunità, le pratiche linguistiche, i vari accenti, le varie influenze dalle altre lingue. Ma la pandemia, purtroppo, ha deciso diversamente. Il mio viaggio è stato annullato e riportato all’estate del 2021».

 

48 ore d’attesa

«Fiducioso nel fatto che potessi finalmente portare avanti i miei studi a Montréal, forte di una lettera d’invito dell’Università McGill, di tutti i documenti necessari, delle mie due dosi di vaccino anti-Covid e di un test negativo, mi sono imbarcato – prosegue Fabio – sull’aereo per sbarcare a Dorval la sera di venerdì 9 luglio.

Premetto che prima di partire ho contattato via e-mail il Ministero dell’Immigrazione e della Cittadinanza per capire a quale titolo sarei potuto entrare in Canada: come ricercatore oppure come studente internazionale post-doc. Il dubbio, data la risposta evasiva del Ministero e la poca chiarezza del loro sito, non è stato risolto.

Al momento di presentare i miei documenti alla dogana, un agente, forse poco preparato sulla questione ricercatori, mi ha detto che non poteva farmi entrare, nonostante la lettera dell’Università da lui considerata troppo generica, aggiungendo che, a suo parere, le mie ricerche “non erano veramente necessarie alla società canadese e che la lettera d’invito averebbe dovuto essere molto più specifica!”.

Dunque, secondo l’agente, nonostante avessi spiegato il fatto che il mio viaggio era l’esito di quello annullato lo scorso anno, in base al suo giudizio e alla “Convenzione di Chicago”, sarei dovuto ripartire per Milano la sera stessa.

Ma essendo ormai tardi mi “offriva” la possibilità di rimanere 48 ore in suolo canadese per tentare di risolvere la situazione, confiscandomi il passaporto e intimandomi di ripresentarmi all’aeroporto due giorni dopo, l’11 luglio.

Mi sono sentito preso in giro. Ma come – mi sono chiesto – non volete farmi entrare in Canada anche perché potrei essere un pericolo per diffondere la pandemia e poi mi lasciate “libero” per 48 ore? Non penso, inoltre, che un agente delle dogane possa giudicare sulla pertinanza delle mie ricerche. E poi, non è stato proprio il “vostro” Primo Ministro Justin Trudeau a dire, quando a fine maggio ha formulato le scuse ufficiali per l’internamento degli italiani durante la Seconda guerra mondiale – che «la comunità italiana arricchisce la nostra società, è una delle più importanti in Canada e che la “diversità” fa la nostra forza?»

 

Una seconda lettera

«Ho passato 48 ore stressanti e difficili», continua Fabio. «Sono andato da un’amica ed ho contatto l’Università McGill per farmi fare una seconda lettera più dettagliata, cosa non facile perché tra l’altro era pure il fine settimana. Ho verificato che la mia posizione non richiedesse ulteriori permessi di lavoro o di studio e mi sono ripresentato all’aeroporto la domenica sera, come previsto, per la nuova verifica dei documenti che però non sono stati nemmeno presi in considerazione. Non c’è stato niente da fare e come un “ladro” mi hanno scortato fino all’interno dell’aereo per tornare in Italia. Vi lascio immaginare il mio stato d’animo!

Tra l’altro – prosegue nel suo racconto il ricercatore del CRIEM – ho anche inviato una lettera al PM Trudeau e, per conoscenza, anche al Ministro dell’Immigrazione Marco Mendicino, e alla Ministra dell’Istruzione del Québec, Danielle McCann, per spiegare quello che mi era successo, senza ottenere alcun riscontro pratico se non una vaga risposta da parte del Ministro Mendicino.

A niente sono valse le mie considerazioni sul fatto che in tal modo non avrei potuto svolgere le mie ricerche sull’ “importante” comunità italiana, sul fatto che ogni anno che passa sono informazioni perse, anche a causa dell’invecchiamento degli intervistati, e finanziamenti, in quanto il mio viaggio praticamente non è servito a tali fini.

Aggiungo che il 9 agosto scorso, in seguito alla mia richesta fatta subito dopo il ritorno in Italia, mi è arrivata una lettera dal parte di Immigration Canada che mi autorizza ad entrare in Canada come turista. Oltre al danno, anche la beffa poiché ormai era troppo tardi per poter tornare in Canada a fare le mie ricerche in quanto da settembre ho iniziato i miei corsi all’Università di Montpellier. Morale della favola: posso entrare come turista, ma non come ricercatore!

Penso che comunque sia andata, questa esperienza è risultata lo stesso utile perché mi ha fatto capire come molte delle persone che ho già intervistato, soprattuto le più anziane, abbiano potuto vivere le loro storie di emigrazione, tristi e incerte, dove i diritti spesso venivano calpestati e come ancora oggi possono succedere cose simili visto che, e ne sono stato testimone in quelle 48 ore, altre persone hanno vissuto problemi simili ai miei.

Se tornerò a Montréal per completare le ricerche?

Forse – conclude Fabio Scetti – tra dicembre e gennaio. Vedremo se e quando le autorità competenti capiranno che le mie ricerche non sono campate in aria ma potrebbero rappresentare un ulteriore contributo alla conoscenza di quel grande mosaico multietnico che si chiama Canada».

 

 

 

 

 

 

 

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