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18:13pm27 marzo 2018

Cura, ricerca, insegnamento

Intervista alla psichiatra Gabriella Gobbi

Gabriella Gobbi

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«Ho iniziato a leggere Freud che avevo 13 anni. Ero molto interessata alla psicologia e alla psicoanalisi. Poi, durante il liceo – afferma la dottoressa Gabriella Gobbi – mi sono appassionata alla neurobiologia. Per questo decisi di fare Medicina, per conoscere non solo l’aspetto biologico dell’essere umano ma anche quello psicologico. A quel punto capii che la psichiatria e la ricerca erano la mia passione e così ho continuato su questa strada».

E la “strada” l’ha portata da Osimo (in provincia di Ancona), dove è nata, a Montréal, dove attualmente insegna Psichiatria all’Università McGill e dove svolge attività di ricerca e attività clinica presso il “MUHC” (McGill University Health Center): «Visito pazienti affetti soprattutto da depressione e malattie bipolari e nel nostro laboratorio – spiega – facciamo ricerca di base sullo sviluppo di nuovi farmaci per curare la depressione, il dolore, l’insonnia e sugli effetti dell’utilizzazione della “cannabis”».

«Durante il Dottorato – racconta la dottoressa – incontrai per caso un professore della McGill e poiché ci occupavamo entrambi delle stesse cose mi invitò a venire qui offrendomi una borsa di studio di 26.000$.

Ciò che mi convinse a rimanere fu il fatto che vinsi una borsa di studio del Governo canadese per il Posdottorato ed un anno e mezzo dopo l’Université de Montréal mi offrì un posto come professore e se tu sei professore in Canada la laurea in Medicina e la specializzazione vengono riconosciute automaticamente senza dover rifare tutti gli esami. È così la mia carriera è andata avanti fino alla McGill.

 

La depressione è uno dei grandi mali della nostra epoca?

«Sì, è vero. Il 5% della popolazione si ammala ogni anno di depressione; è chiamata il “male nero”, il male oscuro” ed è provocata da molti fattori come il fattore genetico familiare ma anche da eventi di vita molto stressanti come, ad esempio, un lutto, un divorzio, la disoccupazione, dei grossi cambiamenti di vita, tutti fattori stressanti che tolgono il sonno e portano verso la depressione».

 

Cosa si può dire sull’insonnia?

«È diventato un problema enorme, accentuato dall’avvento dei cosiddetti social-media, computer e cellulari. Tanti rimangono connessi fino a notte alta, alcuni dormono con tali apparecchi accanto. Tutto ciò crea difficoltà, soprattutto tra i giovani. La dipendenza da social-media è diventato un problema molto importante di cui mi occupo da quasi 10 anni».

 

Come si cura tale dipendenza?

«La prima cosa che chiedo di fare a questi giovani pazienti, che sembra banale ma non lo è, è di cominciare a stare svegli di giorno e dormire di notte; non è un’impresa facile perché per loro significa cambiare certe abitudini acquisite. Molti fanno fatica. Sappiamo che in mancanza di un sonno regolare si possono sviluppano molte malattie: dalla depressione all’ansia, dal diabete all’ipertensione; è molto importante dormire e avere una buona igiene di vita, fin da giovani. Non dobbiamo abusare di questi apparecchi, non c’è bisogno di controllare se abbiamo una e-mail ogni 5 minuti. Fissiamo delle regole e rispettiamole, ne va della nostra salute».

 

Uno dei grandi dibattiti della nostra società riguarda proprio la cannabis e il suo utilizzo a fini terapeutici. Il Governo canadese sta per legalizzarla. Qual è la vostra posizione?

«In effetti è uno dei grandi capitoli della nostra ricerca. Siamo stati i primi a scoprire che quando la cannabis è fumata durante l’adolescenza – spiega la dottoressa – anziché fare bene provoca depressione. La nostra posizione è che più che un problema di legalizzazione è un problema di prevenzione tra i giovani. Sicuramente bisogna interdirla, come il governo sta facendo, ai minori di 18 anni, ma è necessario anche fare in modo che i giovani non si avvicinino alla cannabis illegale perché è una medicina che ha un effetto molto potente sul cervello, soprattutto su quello in via di sviluppo».

Per gli adulti può essere utilizzata come terapia? La consigliate o no?

«Potrebbe essere utilizzata come medicina però, anche lì, non ci sono ancora ricerche approfondite, non sappiamo ancora bene quali sono i dosaggi giusti. Le principali indicazioni derivanti dalla letteratura medica ci dicono che  la si potrebbe utilizzare, con molta cautela, per lenire il dolore, per la spasticità nei casi di sclerosi multipla e in certi tipi di epilessia resistente nei bambini. Continueremo gli studi clinici per capire meglio i dosaggi e per conoscere meglio quali dei suoi principi attivi utilizzare per curare le varie malattie».

 

La ricerca tra Canada e Italia

 

Il laboratorio del Dipartimento di Psichiatria dell’Università McGill, diretto dalla dottoressa Gabriella Gobbi, si avvale di una decina di ricercatori tra cui alcuni d’origine italiana. Nel 2015 ha vinto il “Premio Venezia” della Camera di Commercio italiana in Canada per l’eccellenza nelle collaborazioni universitarie tra i due Paesi.

Stefano Comai e Danilo De Gregorio

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«Abbiamo moltissime collaborazioni – spiega la dottoressa Gobbi – con le università di Napoli, Milano, Urbino, Parma e molti studenti vengono qui per fare il postdottorato e per lavorare insieme a noi».

I due ricercatori Stafano Comai, di Trento, e Danilo De Gregorio, di Salerno, sono un esempio di questo filo diretto che lega le due sponde dell’Atlantico.

«Mi sono laureato in Farmacia a Padova – afferma Stefano – e nel gennaio del 2009, grazie ad alcuni contatti, sono venuto alla McGill per fare il Postdottorato in Scienze farmaceutiche e per imparare nuove tecniche di laboratorio. Tra un rinnovo di permesso di soggiorno come studente, e uno come “visiting-scientist”, sono rimasto a Montréal fino al giugno del 2015 quando sono tornato in Italia perché avevo ottenuto il posto di assistente-ricercatore in farmacologia all’Ospedale San Raffaele di Milano, uno dei più importanti istituti di ricerca esistenti in Italia.

Nel frattempo ho avuto il titolo di “Adjunct professor” del Dipartimento di Psichiatria della McGill, proprio per poter seguire meglio i lavori di ricerca in comune. In particolare, insieme alla dottoressa Gobbi, lavoriamo sui ricettori della melatonina (ormone prodotto da una ghiandola posta alla base del cervello che agisce sull’ipotalamo e ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia, n.d.r.) per sviluppare nuovi farmaci contro l’insonnia, il dolore e la depressione».

Danilo De Gregorio è arrivato a Montréal all’inizio del 2015. «Mi sono laureato in Farmacia all’Università di Napoli – racconta – dove ho fatto anche il Dottorato. Il mio coordinatore conosceva Gabriella Gobbi e poiché, secondo la legge italiana, per svolgere un Dottorato è obbligatorio fare un periodo di almeno sei mesi all’estero, allora mi ha “inviato”qui alla McGill. Finito il periodo sono tornato in Italia per discutere la tesi. La dottoressa Gobbi mi ha invitato a tornare per fare il Postdoc e così sono sbarcato di nuovo nell’aprile del 2016. Nel frattempo ho avuto una borsa di studio del Governo del Québec che scadrà nel settembre del 2019. Conto di rimanere un altro anno ancora poi … si vedrà! Quando ero in Italia – aggiunge Danilo – mi occupavo di più del versante relativo ai dolori neuropatici, studiavamo i farmaci ad attività analgesica. Qui mi sono spostato più sulla ricerca relativa al “mental disorder”, ai disturbi mentali, in particolare depressione e ansia».

Cosa ci ha insegnato la professoressa Gobbi? «A lavorare meno meccanicamente – affermano i due ricercatori – e ad ipotizzare di più. A come rendere più divulgativa la ricerca, a come e dove cercare le informazioni e come approfondire le cose. Ama molto le sfide ed è aperta a qualsiasi collaborazione se questa può portare qualcosa di più ad un progetto di ricerca».