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"Terra Mia": è l’ora del dialogo per la comunità italiana

Pubblicato il 7 agosto 2018

Agata De Santis è a capo della sua società di produzione, Redhead @B: Productions

©©2017 Denis Germain

Il nuovo documentario di Agata De Santis

di Laurent Lavoie         laurent.lavoie@tc.tc

Nel suo documentario "Terra Mia" (Ma terre) Agata de Santis mette al centro del suo film, il futuro della cultura italiana e il rapporto tra generazioni. Incontro con la regista, produttrice e scrittrice presso il Caffé Milano a Saint-Léonard.

L'idea del suo ultimo documentario è emersa nell'ottobre 2017, quando ha incontrato per caso un documentarista ed amico, Nicola Zavaglia, in un bar. Quest'ultimo le aveva spiegato la frattura che viveva tra le sue origini italiane e la cultura canadese.

Pensierosa, la signora De Santis ha meditato sul problema per alcuni mesi prima di presentare un'idea di riprese alla CBC, per la sua serie estiva "Absolutely Quebec". La De Santis è stata successivamente autorizzata a proiettare "Terra Mia" durante la Settimana Italiana di Montréal.

Della durata di 45 minuti, il documentario segue Agata De Santis mentre incontra persone di tutte le età con lo scopo di creare uno shock generazionale iniziando dai membri della sua famiglia. Discute dell'argomento anche con i portavoce della Casa d'Italia e con una giovane associazione studentesca italiana della McGill University.

 

Hai sempre mantenuto una stretta vicinanza con la cultura italiana?

«Sono nata qui, ma i miei genitori sono italiani e io ero la loro prima figlia. Prima di iniziare la scuola, parlavo solo italiano a casa. È stata la mia unica lingua fino all’età di cinque anni. Ho iniziato la scuola senza conoscere una parola d'inglese.

Quando ho iniziato a scrivere, ero alla Gazette e nessuno scriveva sulla comunità italiana. Ho iniziato con questo. Ho fatto diversi altri progetti cinematografici che non parlano della comunità, ma è vero che mi rivolgo spesso ad essa. Sto facendo questo lavoro in modo che la comunità continui a parlarne».

 

Cosa ti piacerebbe attivare con questo documentario?

«È il mio piccolo tragitto per capire il futuro della comunità italiana di Montréal. Voglio che il mondo veda il film e inizi a parlarne. Voglio che se ne parli e che si sia proattivi».

 

Quali osservazioni hai tratto dal tuo approccio?

«Sono rimasta sorpresa di vedere che, se è abbastanza forte il rapporto tra nonni e nipoti, i giovani sono davvero più interessati alla loro storia. Nelle discussioni con l’Association d’étudiants italiens de McGill, tutti mi hanno detto che non è attraverso i loro genitori che sono attaccati alla cultura italiana, ma grazie ai nonni. Questo mi ha sorpresa. Anche nella mia famiglia, è solo mia madre che parla con i più piccoli in italiano, noi parliamo loro in inglese. La conclusione del film è che se i giovani sono attaccati alla loro cultura, dobbiamo lasciarli decidere come trasmetterla».

 

Pensi che la cultura italiana sia in buone mani?

«Sì, ma la domanda è: come possiamo mantenerla? I più grandi vogliono che la mia generazione faccia lo stesso, lavori con le organizzazioni della comunità. Il problema è che non funzionerà, perché siamo interessati a fare altre cose. I giovani non sono interessati ad organizzare una serata di spaghetti, ad esempio, anche se sono legati alla loro cultura».

 

Uno dei tuoi incontri è stato più sorprendente degli altri?

«Il film è concepito sotto forma di piccoli quadri. È come un piccolo viaggio in cui si incontrano persone diverse. Ma non c'è stato nulla che mi ha fatto dire "Oh wow, è grandioso." Ogni incontro ha portato qualcosa di interessante ed ogni ripresa ha influenzato quella successiva.