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Guardare al passato, garantire il futuro

Incontro con Gaby Mancini ex pugile ed ex presidente della Casa d’Italia

Gaby Mancini, accanto al “Muro della memoria” della Casa d’Italia indica la targa dedicata alla sua famiglia

Foto Fabrizio Intravaia

Sabato 17 novembre è in programma l’82mo Gala della Casa d’Italia (ore 18, teatro St-James) durante il quale, oltre a fare il punto sulla campagna di raccolta fondi “SOS Casa d’Italia”, verrà reso omaggio a Gaby Mancini presidente dal 1997 al 2010 di questa “storica” istituzione. Il Corriere Italiano lo ha incontrato per conoscere meglio il suo percorso.

Nato a Pito nel 1940, una frazione di Acquasanta Terme, in provincia di Ascoli Piceno, Gaby (Gabriele) è emigrato a Montréal con la mamma, un fratello e una sorella nel 1951. «Siamo arrivati in tre momenti diversi – racconta Gaby – prima mio padre nel 1948, poi mio fratello e mia sorella più grandi ed infine noi».

Mentre frequentava le scuole angolofone, a quel tempo per gli immigrati non era possibile studiare nelle scuole francofone, Gaby Mancini ha inziato, per caso, a dedicarsi al pugilato, sport che ha praticato, con buoni risultati, dal 1954 al 1964 per poi passare “dall’altra parte” come arbitro e dirigente.

«Mio zio aveva un club sociale proprio vicino alla scuola. Il club – racconta Gaby – era frequentato da un allenatore di pugilato, il signor Roger, che per me è stato come un secondo padre. Aprirono una piccola palestra, io inziai a frequentarla quasi per scherzo e da lì, piano piano, il pugilato è diventato una cosa seria. Ho vinto prima il campionato di Montréal, poi quello provinciale ed infine il campionato nazionale canadese. Grazie a queste vittorie e, all’ottenimento della cittadinanza canadese, sono entrato a far parte della squadra nazionale. Così ho potuto partecipare prima ai Giochi Panamericani di Chicago del 1959, e poi alle Olimpiadi di Roma del 1960. Putroppo a Roma non vincemmo nessuna medaglia; eravamo bravi ma inesperti, ma fu lo stesso una bellissima esperienza soprattutto per me che ero d’origine italiana.

Nel 1964 ho lasciato il pugilato attivo per andare a lavorare a tempo pieno per la birreria O’Keefe, compagnia con la quale sono rimasto 20 anni diventandone il direttore delle promozioni per il Québec.

Dopodiché, volendo mettermi in proprio, sono diventato proprietario di un club di musica e di un pub-taverna fino a quando, purtroppo, una quindicina di anni dopo, un incendio ha distrutto tutto. Abbiamo ricostruito e da allora sono diventato promotore immobiliare».

 

Quattro olimpiadi

Se la sua partecipazione alle olimpiadi come atleta si è limitata a quella di Roma, Gaby Mancini in realtà ha preso parte ad altre tre olimpiadi: «Per quelle di Montréal del 1976 – afferma – sono stato responsabile e direttore delle comunicazioni della squadra canadese di pugilato. Nel 1988 sono stato ai Giochi di Seul, in Corea del Sud, in qualità di giudice ed arbitro e nel 1996 ad Atlanta di nuovo come responsabile della squadra canadese.

Nel 2002 ho lasciato sia il ruolo di dirigente nazionale che quello di arbitro, funzione che ho svolto non solo alle Olimpiadi ma anche per tante altre competizioni nazionali e internazionali, ma ho sempre tenuto un occhio aperto sul mondo dei dilettanti cercando di promuovere, anche finanziariamente, delle iniziative per far crescere i talenti e per preparare gli allenatori. Da quattro anni sono vicepresidente della “North American Boxing Federation”».

 

Impegno con la Casa d’Italia

«A farmela conoscere fu mio zio Giacinto. Sono sempre rimasto colpito da quanto mi diceva: “venivamo qui – mi spiegava – a lavorare. A quel tempo i nostri salari non erano molto alti e non potevamo contribuire alla sua costruzione con i soldi. Allora abbiamo prestato il nostro tempo, le nostre competenze, le nostre forze, il nostro sudore per edificarla”.

Quando uno degli ex presidenti, Sam Capozzi, mi disse che la Casa aveva bisogno di forze fresche, di nuove persone che potessero occuparsene, non ho potuto dire no e così mi sono interessato sempre di più alle vicende della Casa d’Italia. Dobbiamo essere grati ai nostri predecessori, a quello che hanno fatto, alla loro determinazione e caparbietà. Sono stato presidente della “Casa” fino al 2010 anno in cui sono terminati i lavori di ampliamento. Nei miei 14 anni di presidenza i miei obiettivi sono stati sempre quelli di sostenerne le attività e di raccogliere i fondi per il suo ingrandimento.

Ora bisogna risolvere il problema del debito accumulatosi in questi ultimi anni (3 milioni di dollari) ma sono fiducioso che questo avverrà perché noi italiani siamo fieri e orgogliosi delle nostre radici e non possiamo lasciare  la Casa senza un futuro.

Ho fiducia anche nell’attuale consiglio d’amministrazione, sta facendo le cose per bene e sta rilanciando tutta la programmazione. La Casa d’Italia è ben situata, è facile da raggiungere, è aperta a tutti, è la sede della memoria, degli archivi della nostra comunità, può diventare un centro culturale ancora più importante e su questo deve puntare. Nata come punto di ritrovo per gli immigrati italiani deve rimanere, anche se la sua funzione primaria è cambiata, un punto di riferimento per la comunità italiana e per tutta la città. Dobbiamo lavorare tutti insieme per raggiungere questo obiettivo. Tutto è posibile, basta volerlo!».  

La Rédaction


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