Dal Mondo

Il terrorista uscito dalle viscere del “paese perfetto”

Gli attentati terroristici a Oslo e sull’isola di Utøya costituiscono una tragedia senza precedenti per la Norvegia. Il protagonista, Anders Behring Breivik, reo confesso, ne era ben consapevole già prima di entrare in azione: secondo il voluminoso manifesto che ha diffuso sul web poche ore prima della strage, intitolato 2083: European Declaration of Independence, si aspettava di essere etichettato “come il più grande mostro (nazista) mai visto dalla Seconda Guerra Mondiale”. Il “mostro” non viene dall’esterno, ma dalle viscere della Norvegia, il “paese perfetto”, stabilmente al primo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano secondo l’indice dell’Onu.

 

Ascesa

 

Le interpretazioni della prima ora che hanno frettolosamente tirato in ballo il jihad globale, si sono rivelate infondate. L’orrore sembra trovare le sue radici nel “fondamentalismo cristiano”, secondo l’espressione adottata dalle stesse autorità norvegesi; nella visione manichea di Breivik, è proprio l’Islam ad essere il nemico. Anche se paradossalmente il giudizio su al-Qaida appare positivo: nel memoriale viene addirittura additata come esempio di “organizzazione militante di successo”. In Norvegia gli atteggiamenti xenofobi si sono fatti via via più diffusi, ma prima della strage del 22 luglio era difficile pensare che la violenza di estrema destra costituisse una grave minaccia per il paese.

   Si stima che negli ultimi quindici anni gli estremisti violenti non siano mai stati più di trecento, raccolti in una galassia mutevole di gruppi solitamente di minuscole dimensioni, di incerta organizzazione e di scarsa longevità. Soltanto in tempi recenti la struttura organizzativa si è rafforzata, anche grazie all’assistenza di militanti provenienti dalla Svezia (appartenenti, per esempio, al Movimento di resistenza svedese). Per fare un confronto, basti pensare che proprio nella vicina Svezia sono presumibilmente attivi circa duemila – tremila estremisti di destra ben organizzati.

 

Xenofobia

 

   La Norvegia non ha nemmeno conosciuto episodi di violenza razzista legata al mondo del calcio paragonabili a quelli verificatesi in Svezia e in Danimarca. Nondimeno non sono mancate alcune aggressione ai danni di immigrati, cittadini di origine straniera e oppositori politici. In particolare, nel 2001 un ragazzo di quindici anni, Benjamin Hermansen, figlio di un ghanese e di una norvegese, fu pugnalato a morte da due neo-nazisti a Oslo. E all’epoca fu proprio Geir Lippestad, l’attuale avvocato di Breivik, ad assumere la difesa di uno dei due assassini, poi condannato ad (appena) quindici anni di carcere – lo stesso Breivik, d’altronde, rischia al massimo ventuno anni di detenzione. L’omicidio ebbe una vasta eco in tutto il paese. Due anni prima un diciassettenne di origini indiane era annegato in un fiume del comune di Sogndal, nella parte occidentale del paese, probabilmente a seguito di un’aggressione di stampo razzista. La capitale Oslo e altre città importanti come Kristiansand, sulla costa meridionale, sono state teatro di scontri violenti tra neo-nazisti e giovani di origine straniera. Secondo alcuni studiosi, la diffusione dei movimenti di estrema destra nel paese sarebbe ostacolata, in parte, dalla stessa distribuzione della popolazione (meno di cinque milioni di persone): con l’eccezione dell’area metropolitana di Oslo e di poche altre città di medie dimensioni, i norvegesi vivono principalmente in cittadine e in villaggi rurali dispersi in un territorio più vasto dell’Italia. In comunità così piccole, spesso fondate su strette relazioni interpersonali, la nascita di movimenti estremisti può essere frenata dal controllo sociale e attirare facilmente l’attenzione dei media e delle forze di polizia. Il paese ha tradizionalmente mantenuto un alto livello di vigilanza sulle attività dell’estrema destra, memore del periodo buio dell’occupazione nazista e del governo collaborazionista di Quisling.

 

Destra politica

 

   A differenza di altri paesi scandinavi, il panorama politico norvegese non include importanti partiti di destra radicale. Certamente il Partito del Progresso (FrP) si è distinto per campagne contro gli immigrati con accenti xenofobi, ma rimane in larga misura una formazione di orientamento liberal-conservatore, per quanto con una forte componente populista. Nelle elezioni legislative del 2009 ha conquistato il 22,9% dei voti, piazzandosi al secondo posto dopo il Partito Laburista del primo ministro Jens Stoltenberg. Vale la pena di ricordare che Breivik è stato iscritto all’organizzazione giovanile del FrP fino al 2007. Recentemente, organizzazioni estremiste, come Vigrid (che combina posizioni neo-naziste con richiami alla mitologia nordica), hanno partecipato in Norvegia alle competizioni elettorali, ma con risultati fallimentari. L’attentato a Oslo ricorda, per alcuni versi, il famigerato attentato terroristico a Oklahoma City del 19 aprile 1995: in quell’occasione una grande esplosione distrusse un edificio del governo federale e danneggiò centinaia di altri edifici nel centro della città. I morti furono 168. Il responsabile dell’attentato, Timothy McVeigh, un reduce dell’esercito americano di 33 anni, simpatizzante delle milizie fondamentaliste cristiane, agì per rappresaglia contro la “tirannia” del governo di Washington, specialmente dopo il controverso assedio alla comune della setta dei Davidiani a Waco (Texas) per mano dell’Fbi, conclusosi con la morte di quasi ottanta persone, esattamente due anni prima dell’attentato.

 

Analogie

 

L’attentato di Oklahoma City è il più grave attentato terroristico della storia americana compiuto da cittadini statunitensi e in assoluto il più sanguinoso prima dell’11 settembre. A ben vedere, si possono notare alcune somiglianze tra i due attentati: le proporzioni eccezionali della violenza, ai destinatari (obiettivi legati al governo centrale), alle modalità di esecuzione (impiego di auto-veicoli contenenti ingenti quantità di esplosivo fatto in casa), al retroterra culturale degli attentatori (riconducibile a posizioni di fondamentalismo cristiano). McVeigh poté contare sull’aiuto di un ristrettissimo numero di complici. Breivik finora ha dichiarato di aver agito da solo, ma le sue dichiarazioni vanno vagliate attentamente; non si può escludere che abbia potuto contare su sostegni, anche all’estero. Ulteriori riscontri e informazioni potranno rendere il quadro più chiaro e far emergere altre somiglianze con precedenti attentati terroristici.

   Un altro aspetto merita forse di essere segnalato fin da ora. McVeigh era un ammiratore dei “Diari di Turner” (The Turner Diaries), un romanzo scritto nel 1978, molto popolare negli ambienti razzisti della “supremazia bianca”, che racconta la storia, ambientata nel futuro, della lotta per il rovesciamento del governo federale degli Stati Uniti e per l’instaurazione di un nuovo ordine “ariano”. Un passo specifico del libro ha probabilmente ispirato lo stesso attacco di Oklahoma City.

 

Rivoluzione conservatrice

 

   Il memoriale minuziosamente redatto da Breivik, colmo di riferimenti all’Ordine dei Templari, si scaglia contro il “marxismo”, il “multiculturalismo” e soprattutto contro la civiltà islamica e preconizza una “rivoluzione conservatrice” in Europa che culminerà nel 2083 (con espressioni che, peraltro, riprendono il manifesto anti-modernista di un altro noto terrorista americano, Unabomber, arrestato nel 1996). Il volume si rifà ad una logica estremista di “scontro delle civiltà” rafforzatasi dopo i fatti dell’11 settembre. Chiaramente le ideologie dell’odio si avvalgono con prontezza delle nuove tecnologie disponibili: il romanzo distribuito clandestinamente in versione cartacea ha così lasciato spazio al documento pubblicato on line. Al di là dei diversi supporti tecnologici, entrambe le vicende sembrano evidenziare una mescolanza di elementi fantasiosi/fantastici/fantascientifici e di intenzioni reali.

 

 Francesco Marone, assegnista di ricerca in Scienze politiche

presso l’Università degli Studi di Pavia / www.affarinternazionali.it