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15:08pm22 gennaio 2013 | mise à jour le: 22 gennaio 2013 à 15:08pmReading time: 5 minutes

Dieci anni fa la scomparsa dell'”Avvocato”

Ansa/ TORINO – Da dieci anni Gianni Agnelli, “l’Avvocato”, non c’è più. È il 24 gennaio 2003 quando, nella sua casa torinese, Villa Frescot, muore, a 82 anni, l’ultimo grande capitano d’industria d’Europa, come lo ha definito lo storico Valerio Castronovo, per molti “il re d’Italia”. Agnelli scompare in uno dei momenti più difficili della storia della Fiat, quattro anni dopo il centenario: conti in rosso, indebitamento altissimo, la spada di Damocle del prestito da 3 miliardi e il rischio che le banche assumano il controllo, mentre già vacilla l’accordo con General Motors.

Eppure la stima di cui gode non viene mai scalfita, resta altissima in Italia e in tutto il mondo. La coda di decine di migliaia di persone che rendono omaggio al suo feretro, nella camera ardente allestita nella Pinacoteca Agnelli, rimarranno per sempre scolpite nell’immaginario collettivo. Ed è in fondo anche il suggello di un consenso da lui sempre ambito. In azienda entra a 22 anni quando il nonno, Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, lo chiama e da subito è “l’Avvocat”. La responsabilità della gestione è affidata però a Vittorio Valletta, già braccio destro del nonno, mentre lui frequenta più il jet set internazionale che l’azienda. Sono gli anni del grave incidente auto (1952) e del matrimonio con Marella Caracciolo (1953) da cui nascono Edoardo e Margherita. Assume la presidenza operativa solo nell’aprile del 1966, a 40 anni, quando la Fiat è già la più importante e solida impresa italiana. È irrequieto, elegante e raffinato, ama feste, yacht e belle donne, è appassionato di pittura, tifoso della Juventus. I suoi volti e i suoi ruoli sono tanti, tra luci e ombre rappresenta per quarant’anni l’Italia.

La sua leadership è forte in azienda, in famiglia, nel Paese. Amico dei più potenti personaggi del mondo, è ascoltato, rispettato, imitato. Le sue battute restano scolpite, come si imitano le mode da lui lanciate a cominciare dal celebre orologio sopra il polsino. Agnelli è anche il protagonista delle grandi trattative, un diplomatico. Per questo gli imprenditori gli affidano la guida della Confindustria dal ’74 al ’76: a casa porta la storica intesa per il punto unico di contingenza con la Cgil di Luciano Lama, con cui ha un buon rapporto. La politica lo attrae ma non si schiera con un partito anche se dice “il mio cuore batte repubblicano”. In Parlamento ci arriva quindici anni dopo, nel 1991, nominato senatore a vita dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. In Fiat pilota l’ingresso dei libici di Gheddafi nel capitale. Sono gli anni del terrorismo, al quale l’azienda paga un tributo di morti e feriti e dell’autunno caldo, culminato con la marcia dei 40 mila. La Fiat, sotto pressione, rinuncia ai licenziamenti e mette in cassa integrazione ventitremila dipendenti. Per il sindacato e la sinistra italiana è una sconfitta storica. Per la Fiat è una svolta decisiva. L’azienda torinese è pronta a ripartire di slancio e su nuove basi.

Agnelli, affiancato da Cesare Romiti, rilancia la società in campo internazionale. Nel ’93, in un altro periodo difficile per la Fiat, chiede il sostegno dell’amico Enrico Cuccia, patron di Mediobanca, ma deve rinunciare alla nomina del fratello Umberto come successore. Proprio quella della successione si rivela una partita estremamente difficile con la morte prematura di Giovanni Alberto, figlio di Umberto, il suicidio del figlio Edoardo, fino alla scelta del nipote John Elkann. Dopo la sua morte ci saranno gli scontri per l’eredità con la figlia Margherita contro la madre Marella, ma resta la solida struttura-fortezza eretta nel 1987 con in cima la società in accomandita Giovanni Agnelli & C, da lui voluto per salvaguardare la coesione familiare. Dieci anni dopo la Fiat sopravvive a Gianni Agnelli ed è una Fiat diversa, con una carta d’identità nuova. “Ha lasciato un vuoto senza eredi”, scrive Alan Friedman. Di certo dell’Avvocato mancano il carisma, l’autorevolezza, l’eleganza.

 

Le battute che hanno fatto storia

 

Ironiche, lapidarie, alle volte pungenti e spesso fulminanti. Gianni Agnelli è passato alla storia anche per le battute che, come il suo stile, hanno segnato un’epoca e condizionato il costume italiano. Nell’economia e nella politica, ma anche nello sport, i suoi commenti sono rimasti attaccati alle persone o alle circostanze cui erano rivolti come etichette indelebili. Da Del Piero, per tutti Pinturicchio anche oggi che non gioca più nella Juventus, alla “repubblica delle banane” tirata in ballo per difendere l’Italia dalla stampa estera durante la campagna elettorale del 2001. Frasi celebri, mai banali, veri e propri colpi di fioretto linguistico o di ironica sintesi. Come quando Mario Schimberni dette una scossa al capitalismo italiano degli anni Ottanta – fino a quel momento dominato dalla Fiat e da Mediobanca – scalando Bi-Invest e Fondiaria. Era il 1986 e l’Avvocato, parafrasando un detto latino, sentenzia: “Bi-Invest humanum, Fondiaria diabolicum”.

Passano più di dieci anni, tredici per la precisione, e nel 1999, quando la “razza padana” di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti sfida quella “padrona”, come era stato definito l’establishment economico degli anni Settanta, Gianni Agnelli bolla in modo chiaro l’operazione. E, dopo che il ragioniere mantovano ha portato al successo l’opa su Telecom, Gianni Agnelli manda a dire: “Evidentemente sono preferibili i capitani coraggiosi alla gente del piccolo mondo antico”.

Dal mondo degli affari al calcio, una delle grandi passioni di Agnelli, hanno fatto storia in particolare gli appellativi affibbiati ai vari protagonisti dell’amata Juventus. Zibì Boniek è “bello di notte”, Roberto Baggio dopo la partita con il Messico ai Mondiali di Usa ’94 un ”coniglio bagnato”, Alessandro Del Piero un “Pinturicchio”, ma anche un Godot da aspettare e pungolare. Tanto che, in occasione di un rinnovo contrattuale, Agnelli gli ricorda che “chi vuole restare alla Juventus, lo fa anche per un tozzo di pane”.

All’esame dell’Avvocato non potevano mancare i temi sociali. Così, in piena battaglia tra Confindustria e sindacati sull’articolo 18, dice che non bisogna fare “una tempesta in una tazza di te”. I papa-boys che nel 2000 invadono Tor Vergata per la giornata della gioventù, invece, sono qualcosa di “straordinario”, “ma bisogna vedere – aggiunge – come saranno quando cresceranno”.