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15:20pm24 febbraio 2010 | mise à jour le: 24 febbraio 2010 à 15:20pmReading time: 7 minutes

Riciclaggio, 56 arresti. Bufera su Fastweb e Telecom Sparkle

Bufera giudiziaria, con forte calo dei titoli in borsa, su ‘Fastweb’ e ‘Telecom Sparkle’ (controllata Telecom Italia) le società di telecomunicazioni per le quali è stato chiesto il commissariamento dalla Procura di Roma nell’ambito di una inchiesta su un un maxiriciclaggio per circa due miliardi di euro condotta dalla Direzione antimafia della capitale insieme con il Ros e la Guardia di Finanza.

”Una delle frodi più colossali mai poste in essere nella storia nazionale”, l’ha definita il gip Aldo Morgigni. Cinquantadue le ordinanze di custodia cautelare in carcere, e quattro agli arresti domiciliari, con l’accusa di associazione per delinquere. Ricercato Silvio Scaglia, fondatore di ‘Fastweb’ ed ex amministratore delegato della società; indagato l’attuale amministratore delegato Stefano Parisi, implicati altri funzionari di vertice delle due società di tlc nei confronti delle quali la magistratura sta preparando un sequestro – per crediti da Iva illecitamente rimborsata – pari a 340 milioni di euro. Indagato Riccardo Ruggiero, presidente del Cda di Telecom Sparkle all’epoca dei fatti, arrestato l’ ex amministratore delegato Stefano Mazzitelli. Ma il gip chiama in causa anche i vertici di Telecom Italia per la ”solare evidenza delle loro responsabilità”. È stato chiesto l’arresto anche per il senatore Nicola Di Girolamo (Pdl): l’ipotesi è che la sua elezione all’estero (nelle file del Pdl) sia avvenuta grazie all’intervento della criminalità organizzata. ”Si è trattato di una strage della legalità – ha commentato il procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso – in una ”commistione di tanti campi: la criminalità organizzata, la politica, gli affari e l’economia”.
Già scattati a Milano i primi sequestri nei confronti di Fastweb per oltre 38,5 milioni di euro. E, sempre nel capoluogo lombardo, sono stati arrestati tre manager del gruppo fondato da Scaglia. Complessivamente la megatruffa, ordita da società vuote che vendevano servizi telefonici inesistenti con la ”compiacenza” delle due società di tlc, ha procurato allo Stato un danno di 365 milioni di euro. Nell’indagine, che ruota attorno a un sodalizio criminale diretto dall’imprenditore romano Gennaro Mokbel – con trascorsi vicini all’estrema destra eversiva e amicizie nella banda della Magliana – è emerso il coinvolgimento della ‘ndrangheta per brogli elettorali a vantaggio Di Girolamo, eletto nel 2008 dagli italiani all’estero. Per l’ arresto del senatore, avvocato e stretto collaboratore di Mokbel, serve il permesso dalla Giunta per le elezioni che lo aveva già negato nel settembre 2008, per precedenti irregolarità riscontrate nella sua elezione. Gli arresti hanno avuto l’effetto di un terremoto in Piazza Affari per i titoli delle società coinvolte nell’inchiesta: Fastweb (3.500 dipendenti e oltre 8 mila persone che lavorano per l’azienda) ha perso, il 7,56%. Meno pesanti le conseguenze su Telecom Italia, interessata dalla vicenda giudiziaria con la controllata ‘Sparkle’, che ha perso il 2,87%.
Sia Fastweb sia Telecom hanno detto di essere parte lesa in questa truffa galattica – che si è snodata in vari paesi, dentro e fuori dall’Europa con passaggi a Singapore, Dubai e vari paradisi fiscali – e di non aver più nulla a che fare con i manager implicati nella vicenda. Scaglia, che è all’estero per lavoro, ha fatto sapere tramite i suoi legali di essere pronto all’interrogatorio e di essere estraneo a qualunque reato. Per l’ intreccio di operazioni fraudolente, commesse tra il 2003 e il 2006, è stato arrestato anche Luca Berriola, un maggiore della Guardia di Finanza che voleva far rientrare capitali del ‘gruppo’ Mokbel utilizzando false fatture dell’imprenditore campano Vito Tommasino. Secondo il gip, non si può non valutare ”l’eccezionale entità del danno arrecato allo Stato, la sistematicità delle condotte, la loro protrazione negli anni e la qualità di primari operatori di borsa e mercato di Fastweb e Telecom Italia Sparkle”.
Tra gli arrestati, anche nomi ”di primo piano della vita politica e giudiziaria romana”: tra questi l’ avvocato Paolo Colosimo, già coinvolto nelle indagini sul crac dell’imprenditore Danilo Coppola, e il broker Marco Toseroni, che avrebbe svolto molte operazioni fittizie di compravendita di servizi di interconnessione telefonica con società di comodo all’estero per ”ripulire e reinvestire centinaia di migliaia di euro”.
”Stanno cercando di mettermi sulla croce. È roba da fantascienza. Sono trasecolato. Mi sento paracadutato in territorio di guerra. Mi sento nel frullatore” ha commentato Nicola Di Girolamo alle accuse che lo chiamano in causa per riciclaggio e violazione della legge elettorale. Secondo gli inquirenti, il senatore insieme con Mokbel avrebbe partecipato, a Capo Rizzuto, a incontri con uomini della cosca ‘Arena’ che gli avrebbero riempito con il suo nome le schede bianche degli italiani all’estero, soprattutto a Stoccarda.

Ecco come funzionavano le “frodi-carosello”

La parola-chiave è “frode carosello”. Secondo il gip di Roma è in questo modo che l’ “organizzazione criminale” sgominata da Ros e Gdf ha potuto “realizzare attività economiche fittizie del valore di alcuni miliardi di euro al fine di ottenere crediti di imposta con profitti per centinaia di milioni di euro in favore di Fastweb e Telecom Italia Sparkle”. La frode carosello veniva realizzata in quattro mosse, che consentivano di creare “ingenti fittizi crediti Iva”.

1) In primo luogo venivano realizzate o individuate, scrive il gip, una serie di società ‘A’, tutte con sede all’estero nell’ambito dell’Ue e di fatto create ad hoc per le operazioni delittuose, nonché una serie di società ‘B’, con sede in Italia e anch’esse di fatto create ad hoc”.

2) ‘A’ cedeva fittiziamente a ‘B’ un valore pari a ‘100’ di servizi, di solito traffico telefonico ma non solo, senza pagare l’Iva poiché si trattava di cessione all’interno di Stati appartenenti all’Ue (la cosiddetta cessione ‘intra’)

3) ‘B’ cedeva fittiziamente alle società ‘C’ – vale a dire Fastweb e Telecom Italia Sparkle – i medesimi servizi per un valore di ‘100’ sul quale veniva pagata da ‘C’ l’Iva per il 20%, poiché si trattava di una compravendita di servizi in Italia, con un esborso finale apparente per ‘C’ di ‘120’.

4) ‘C’, infine, rivendeva ad ‘A’ i medesimi servizi con il sistema ‘intra’ (come detto applicabile negli acquisti tra Stati Ue) al prezzo di ‘100’ senza il pagamento dell’Iva. In questo modo, afferma il gip, “alla fine di un’operazione sostanzialmente neutra a fini economici perché ogni soggetto paga ed incassa ‘100’, ‘C’ (vale a dire Fastweb e Telecom Italia Sparkle) ha apparentemente pagato ’20’ di Iva a ‘B’, che quest’ultima in ogni caso non versa all’erario, non avendo mai incassato la relativa somma”. Secondo il giudice, dunque, “il vero scopo dell’operazione è consentire a ‘C’ di realizzare un credito erariale di ’20’ su ciascuna operazione fittizia di pagamento di ‘100’. Questo credito può essere sottratto dall’Iva che ‘C’ incassa dai propri clienti per l’uso delle utenze telefoniche e che (in mancanza di credito Iva) dovrebbe riversare all’erario”. Perciò, se ad esempio Fastweb o Telecom Italia Sparkle avevano incassi per un milione e 200mila euro, avrebbero dovuto versare 200mila euro all’erario alla scadenza prevista dalla legge. Poiché però esponevano un (inesistente) credito Iva pari o superiore a 200mila euro, lo detraevano da quanto dovevano versare e ottenevano profitti superiori del 20% a quelli che avrebbero realizzato solo con l’operazione commerciale (ad esempio 1 milione 200mila anziché 1 milione)”. A questo punto, scrive il giudice, “le ingenti somme di denaro apparentemente spese per pagare l’Iva in favore delle società ‘B’ (le cosiddette ‘cartiere’) consentivano a Fastweb e Telecom Italia Sparkle di realizzare ‘fondi neri’ per enormi valori che costituivano l’oggetto primario delle attività di riciclaggio e di investimento fittizio realizzato da altri membri dell’associazione per delinquere”.

Attraverso questo “schema delittuoso” è stato arrecato un danno all’erario complessivo di 370 milioni di euro in poco più di tre anni, in particolare mediante “due distinte operazioni truffaldine”: una denominata ‘Phuncard’, l’altra ‘Traffico telefonico’. La prima ha riguardato la commercializzazione di schede prepagate, denominate appunto ‘Phuncards’, recanti un codice che avrebbe dovuto consentire l’accesso tramite un sito internet a contenuti tutelati da diritto d’autore, in realtà inesistenti. La seconda fittizia operazione ha avuto per oggetto la commercializzazione di “servizi a valore aggiunto” (del tipo ‘contenuti per adulti’) da realizzare mediante l’acquisto e la veicolazione dei contenuti attraverso servizi di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico. Anche in questo caso l’oggetto stesso della prestazione (il traffico telematico) si è rilevato inesistente ed ha consentito alle società debitrici dell’Iva nei confronti dello Stato di non versare il tributo, trasferendo ingenti somme all’estero e facendo girare in circolo i flussi finanziari.