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17:00pm1 novembre 2016 | mise à jour le: 1 novembre 2016 à 17:00pmReading time: 3 minutes

Norcia, solo macerie nella città di San Benedetto

Le scosse sembrano non finire più. Dopo quelle terribili del 24 agosto scorso, che hanno, purtroppo, fatto 300 vittime, la terra nell’Italia centrale, tra Umbria, Marche e Alto Lazio, continua a tremare senza soluzione di continuità, mettendo a dura prova i nervi di coloro che hanno perso tutto, case, beni, parenti, amici, e di coloro che sono chiamati a prestare soccorso, alle prese con frane, strade interrotte, crolli e immani problemi logistici. Gli sfollati, infatti, si contano a migliaia.

Per non parlare dei danni irreparabili al patrimonio storico artistico, una “ferita nella ferita”. Norcia non esiste più. C’è solo polvere e macerie. Polvere e solitudine. Polvere e silenzio. E il bianco accecante della pietra sgretolata, esplosa sotto un cielo blu. Aveva resistito, la città di San Benedetto, patrono d’Europa, alla botta del 24 agosto e a quella del 26 ottobre. Ferita sì, ma in piedi. Poi alle 7.40 di questo 30 ottobre che sarà ricordato nei libri di storia come il giorno in cui il centro Italia così come lo conoscevamo è sparito per sempre, Norcia ha alzato bandiera bianca.

E c’è poco da dire, poco da girarci intorno: potrà pure essere ricostruita, ancora una volta attorno alla statua del fondatore dell’ordine dei benedettini rimasta miracolosamente al suo posto al centro della piazza; potrà pure rinascere, con l’impegno dell’Italia, di tutta l’Italia, forse più bella di prima. Ma non sarà mai più la stessa. Ci sarà sempre un prima e un dopo. Perché la scossa s’è portata via tesori che non sono solo opere d’arte ma pezzi dell’anima stessa della città. Simboli che la gente porta con orgoglio in fondo al cuore. Basta affacciarsi nella piazza che porta il nome del Santo, per averne la certezza.

Non c’è più la Basilica di San Benedetto: e non è un modo di dire. L’avevano tirata su alla fine del XIV secolo nel luogo in cui c’era la sua casa natale, una meraviglia conosciuta in tutto il mondo. Seicento anni dopo resta solo la facciata, ma chissà ancora per quanto: ogni scossa, ogni sobbalzo della terra, si porta via un pezzo. Tutto il resto, la forma a croce latina, l’abside, sono soltanto un ricordo. Le pietre bianche formano un cumulo di macerie da cui spuntano le travi di legno di quello che era il tetto.

E non c’è più la cattedrale di Santa Maria Argentea: il tetto è completamente crollato, il lato sinistro è spanciato e ai piedi della facciata tagliata di netto all’altezza del rosone resta solo un ulivo simbolo di pace, schiacciato dalle pietre. In piedi è rimasto invece il museo della Castellina, con le sue mura possenti che hanno retto la magnitudo 6.5 della scossa di stamattina, anche se all’interno i danni sono pesanti. Come quelli della Loggia e della torre campanaria del palazzo comunale, tutta spostata sul lato sinistro.

Non c’è via, nella patria del tartufo nero, che non sia a rischio: in via Cesare Battisti le scosse hanno fatto venire giù un’ampia parte delle mura laterali di San Francesco, già lesionata il 26 ottobre, mentre della chiesa di Santa Rita resta solo un cumulo di macerie di fronte alla fontana. In via Mazzini, sul lato destro della Basilica, la vetrina di un negozio è intatta, come le porcellane all’interno.  E vien da chiedersi quale logica, quale senso abbia tutto ciò.