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15:38pm6 aprile 2016 | mise à jour le: 6 aprile 2016 à 15:38pm

Referendum sulle trivellazioni del 17 aprile

A tale referendum votano – per corrispondenza – anche gli italiani all’estero iscritti all’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) o quelli temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche che abbiano presentato l’opzione per il voto all’estero entro il 26 febbraio 2016, e i loro familiari conviventi, qualora non iscirtti all’AIRE.

 

Domenica 17 aprile si vota, in tutta Italia, per il referendum sulle trivellazioni. Molti dei nostri concittadini d’origine italiana, residenti a Montreal e nel Quebec, hanno ricevuto, da parte del Consolato Generale d’Italia a Montreal, una grande busta bianca contentente il certificato elettorale, una scheda gialla per la votazione e tutte le spiegazioni necessarie alle operazioni di voto. La scheda gialla, votata, dovrà essere inviata per posta al Consolato stesso, entro le ore 16 del 14 aprile 2016. Si raccomanda di seguire le istruzioni per la restituzione tramite posta della scheda.

 

Ecco tutto quello che c’è da sapere su tale consultazione in materia ambientale di cui molti ignorano l’esistenza.

Gli italiani, dunque, sono chiamati a votare per il “referendum sulle trivellazioni”, ovvero la consultazione popolare che chiede l’abrogazione del comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006 sulle norme in materia ambientale.

Il referendum nazionale è stato promosso da nove regioni italiane contro i progetti petroliferi del governo nelle acque territoriali ed è sostenuto da molte associazioni ambientaliste e dal movimento NoTriv. Le regioni promotrici sono Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise.

 

 Per cosa si vota

 

“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”

Ma ecco il quesito completo che si troverà sulla scheda:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?”

È questa la domanda a cui si deve rispondere.

Se non si vuole che le trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa vengano rinnovate, bisogna votare SÌ. Votando NO si manifesta la volontà di mantenere la normativa esistente.

Il referendum popolare è valido solo se raggiunge il quorum, cioè se va a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto, secondo quanto previsto dalla Costituzione.

In base ai dati del Mise, il Ministero dello Sviluppo economico, nei mari italiani sono presenti 135 piattaforme, 92 delle quali rientrano nelle 12 miglia. E queste sono quelle a rischio chiusura. Chiusura che avverrebbe a seconda della scadenza delle concessioni: dal 2018 al 2034. I gruppi petroliferi interessati alle piattaforme sono non più di tre. L’Eni è azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali, mentre la francese Edison ne possiede 15 e l’inglese Rockhopper una.

 

Il fronte e le ragioni del SI

A sostenere l’esigenza di abrogare la norma pro-piattaforme e, dunque, a spingere per la più rapida fine delle estrazioni sono, come indicato, innanzitutto le nove regioni – quasi tutte a guida Pd – che hanno proposto il referendum. Ma dello schieramento fanno parte largamente tutte le principali associazioni ambientaliste presenti in Italia. A livello di movimenti e partiti politici, in prima fila i 5 Stelle e Sinistra italiana, ma anche la Lega. Più divise e frastagliate Forza Italia (tendenzialmente per il no), Fratelli d’Italia e le formazioni minori presenti in Parlamento (Ala e dintorni). Si ritrova su Sì anche una parte minoritaria del Pd, a cominciare dall’ex capogruppo Roberto Speranza.

Il principale argomento di coloro che hanno proposto o sostengono il referendum riguarda la pericolosità delle piattaforme e delle estrazioni in mare per la salute umana e per la fauna ittica. Si cita a tal proposito un documento di Greenpeace, basato su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sarebbero state rinvenute, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge.  

Per maggiori informazioni: http://www.notriv.com

 

Il fronte e le ragioni del NO e dell’astensione

 

No e astensione vanno visti insieme perché si tratta di due modalità o di due vie per far fallire il referendum.  A spingere per la difesa della situazione attuale e, dunque, per la continuazione dell’estrazione di gas e petrolio fino all’esaurimento dei giacimenti sono il governo, la parte largamente maggioritaria del Pd, le altre forze della maggioranza, Ncd e Scelta civica. Anche Forza Italia è a favore delle norme in vigore. Nello schieramento rientrano, naturalmente, tutti i gruppi energetici e a maggior ragione quelli interessati alle piattaforme coinvolte nel referendum. Per battersi contro il referendum è nata l’associazione Ottimisti e Razionali, costituita da politici o ex politici (come Gianfranco Borghini e il presidente di Assoelettrica Chicco Testa), imprenditori, giornalisti e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra.

Sui rischi di inquinamento e sulle accuse di Greenpeace, la coalizione di Ottimisti e Razionali replica che le cozze delle aree interessate, come tutte, sono sottoposte ai controlli delle Asl prima di essere messe in commercio. Non solo. I limiti di legge considerati valgono per le acque che distano un miglio dalla costa, mentre le piattaforme sono più lontane e sottostanno ad altre soglie. Non basta. Per l’Ispra non ci sarebbero comunque criticità per l’ecosistema marino legate alle piattaforme. Le società petrolifere di Assomineraria, a loro volta, insistono anche su un altro elemento: alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, l’anno scorso sono state assegnate nove bandiere blu, simbolo del mare pulito. Il principale argomento, però, di chi sostiene l’astensione o il no è quello relativo ai posti di lavoro che sarebbero a rischio. Il dato più attendibile per tutta l’attività estrattiva in Italia fa riferimento a 10 mila persone, fra diretti e indiretti, che diventano 29 mila se si aggiungono gli addetti dell’indotto esterno al settore.