Quebec
15:35pm20 ottobre 2020 | mise à jour le: 20 ottobre 2020 à 15:35pmReading time: 8 minutes

Scalare le montagne per donare la vita

Scalare le montagne per donare la vita
Photo: Foto Johanna SalvoniSandra Salvoni e Frédéric Boucher sul Mont-Royal per la "Défi Chaîne de vie" di sabato 17 ottobre

La “Défi Chaîne de vie ” e la Giornata mondiale del dono di organi e dei trapianti. Interviste a Sandra Salvoni e Lucie Dumont

 

Viviamo tempi difficili, alle prese con la pandemia di coronavirus che non dà tregua e costringe la nostra società a reinventarsi costantemente. Ma non per questo dobbiamo mettere da parte tutto il resto, soprattutto quando di tratta di salvare delle vite umane.

È il caso, infatti, di un argomento molto sensibile e delicato come quello del dono di organi e dei trapianti. A tale proposito, il 17 ottobre scorso, nel quadro della “Giornata mondiale del dono di organi e dei trapianti”, si è tenuta, contemporaneamente in numerose città del Québec e del Canada, e nel rispetto delle misure sanitarie anti-Covid-19, l’avvenimento, di sensibilizzazione, denominato “Défi Chaîne de vie”.

16 portabandiera di 16 regioni del Québec hanno scalato una montagna della loro regione per portare la bandiera “Chaîne de vie” in cima, a simboleggiare la “catena” della vita, ovvero di tutti coloro che tra insegnanti, studenti, cittadini, infermieri, medici, pazienti, famiglie di donatori, poliziotti trasportatori di organi, trapiantati, ecc., sono implicati nel lungo processo relativo al trapianto di un organo.

A Montréal il ruolo di portabandiera è stato fieramente affidato alla signora Sandra Salvoni, 42 anni, imprenditrice e madre di un bambino di 7 anni, che nel 2005 ha subito il trapianto del rene. Sandra è salita su Mont-Royal in compagnia della sua famiglia, di Frédéric Boucher, coordinatore del “Défi” per la regione di Montréal, e della signora Lucie Dumont, presidente-fondatrice di “Chaîne de vie”.

 

Un dono “fraterno”

Nata a Montréal, da padre originario dell’Emilia Romagna, e madre quebecchese, Sandra, che lavora nel campo della promozione della salute mentale e psicologica nelle imprese e nelle aziende, esattamente 15 anni fa, il 14 ottobre del 2005, ha subito, all’età di 27 anni, il trapianto del rene.

«Durante i miei anni più giovani a volte non mi sentivo bene ma non pensavo certo di avere un problema ai reni. Ho iniziato – spiega Sandra – ad essere seguita da un dottore dell’ospedale Maisonneuve-Rosemont, poi nel 2004 i miei reni non funzionavano più come avrebbero dovuto.

Sandra Salvoni

Ho dovuto fare delle dialisi ma era chiaro che avrei avuto bisogno di un trapianto di rene. Mio padre si è offerto ma poi è risultato non compatibile e allora è stata mia sorella Linda, più giovane di me di due anni, ad offrirsi spontaneamente per donarmi il suo rene. Io non volevo, non potevo pensare che la mia “sorellina” potesse vivere senza un rene, non volevo sentirmi colpevole di farla vivere menomata. Quando si fa un’operazione si corre sempre un rischio e io non volevo che ne corresse. Ma per lei era una cosa ovvia: “Sandra – mi diceva – adesso basta! Accetta e andiamo! Abbiamo bisogno di te!” . Ma nella mia testa pensavo: “Anch’io ho bisogno di te!”.

Ho finito per dire sì. Il trapianto – aggiunge – è andato bene. 15 anni dopo stiamo tutte e due in salute. Linda ha avuto due bambini, io un figlio. Certo, devo fare attenzione, in particolare in questo periodo. Tra l’altro ho avuto anche il Covid-19. L’ho preso in ospedale nell’aprile scorso durante alcuni controlli di routine. È stato un momento davvero difficile perché quando il tuo sistema immunitario è un po’ più debole ti preoccupi molto. Non mi sono mai sentita così vulnerabile come in questo periodo, fortunatamente ne sono uscita».

 

Come è entrata in contatto con la “Chaîne de vie” e con la “Défi?”

«Dopo il trapianto mi sono detta: devo ridare alla società. Ho avuto la fortuna di ricevere un rene da mia sorella, ora devo fare qualcosa per restituire questa “chanche”, ed ho pensato che fare la promozione dei metodi e dell’importanza dei trapianti fosse la cosa migliore. Ho iniziato a collaborare con la “Fondazione canadese del rene”, ho partecipato alle loro marce, in particolare a Laval dove abito, ed un anno fa ho incontrato Frédéric studente, che mi ha fatto conoscere la “Chaîne de vie” e la sua presidente Lucie. Da quel momento ho abbracciato la loro missione che è quella di educare e sensibilizzare la gente all’importanza del dono di organi. Se non si parla di queste cose non si conoscono, c’è molto da sapere e ci sono molti tabù da sfatare. Scalare una montagna come il Mont-Royal – conclude Sandra – è veramente un gesto simbolico. È una sfida da superare grazie all’aiuto di tutti, grazie alla “catena della vita!”».

 

Qualche dato

 

  • Lo scorso anno sono state 490 le persone che nel Québec hanno subito un trapianto.
  • A causa della mancanza di donatori, 799 persone sono attualmente in attesa di un trapianto che potrebbe salvare loro la vita.
  •  50 persone sono decedute in attesa di un trapianto.
  • Un solo dono può salvare 8 vite e aiutare 15 altre persone a ritrovare la salute.

 

 

Demistificare ed informare è il nostro compito

Lucie Dumont, insegnante d’inglese in una scuola secondaria di Rivière-du-Loup, nella zona del Bas-Saint-Laurent, è presidente-fondatrice di Chaîne de vie dal 2006.

«Chaîne de vie – spiega – è un organismo senza fini di lucro ed un programma nato nel 2006 allorché ricevetti in classe un giovane del New-Brunswick, in attesa di un trapianto del fegato, che attraversava il Canada per fare delle conferenze. Il suo obiettivo era quello di sensibilizzare gli studenti sull’importanza di donare gli organi. Questa conferenza mi ha fatto riflettere e capire che si tratta di un problema davvero maggiore e che l’educazione e la sensibilizzazione al tema devono partire dal “basso”.

Lucie Dumont con la bandiera di Chaîne de vie

Abbiamo messo a punto un programma educativo e degli strumenti pedagogici, basandoci anche su quello che è stato fatto e si fa nel mondo a tale proposito, e li abbiamo messi a disposizione degli insegnanti, offrendo loro anche una formazione sull’argomento in modo che potessero trasmetterla ai loro studenti, in particolare quelli compresi nella fascia di età che va dai 15 ai 17 anni. È importante che gli studenti siano informati in quanto sono poi loro a portare le informazioni nelle case ed a portare le famiglie a fare una scelta chiara e ben documentata.

Intorno ai trapianti e ai doni – continua la direttrice – ci sono tanti falsi miti da sfatare, dovuti alla scarsa conoscenza dell’argomento. Ad esempio, non c’è età per donare gli organi. Lo scorso anno un uomo di 92 anni, il più vecchio donatore del Québec, ha donato il suo fegato! Quello dell’età è un falso mito. Lo slogan di “Chaîne de la vie” – aggiunge – è: “Dei giovani sensibilizzati, delle famiglie informate e più vite salvate”. I giovani diventano i veri ambasciatori del cambiamento, sono coloro che possono far diminuire il numero di rifiuti di doni di organi. In questo contesto la “Défi” – aggiunge la signora Dumont – serve proprio a raccogliere fondi per poter distribuire più trousse pedagogiche possibili agli insegnanti e per la loro formazione “chiavi in mano”. Finora abbiamo formato circa il  25% delle scuole del Québec. Il nostro sogno è di arrivare al 100%».

 

Donare non è per tutti

«Ogni anno nel Québec – spiega la direttrice – si verificano più o meno 66.000 decessi di cui 35.000 circa in ospedale. Di questi ultimi solo una piccola percentuale decede nelle condizioni che i medici reputano “adatte” al dono. Lo scorso anno i medici hanno identificato 775 potenziali donatori. Di questi, alla fine, i donatori effettivi sono stati solo 164. Tra i 775 donatori potenziali, ad esempio, il 37% delle famiglie non ha autorizzato il dono. Bisogna pensare che le famiglie sono sotto schock per il decesso del proprio caro e non hanno la lucidità necessaria per consentire un dono del genere. Da qui l’importanza della sensibilizzazione. Diventa allora più facile per i medici avvicinare le famiglie».

 

Rene e fegato

«Fra tutti gli organi – presegue la signora Lucie Dumont – il più richiesto, nella misura del 75% di tutti i doni, è il rene. Il suo dono è un dono “altruista” perché si può vivere, e bene, con un solo rene, come è il caso di Sandra Salvoni e della sorella Linda. Si possono donare due organi “da vivi”: il rene e una parte del fegato. La cosa incredibile è che il fegato ha la capacità di rigenerarsi. Per questo dopo soli 4 mesi il fegato si ricostituisce completamente nella persona che lo ha donato mentre nella persona che lo riceve il fegato, acquista una grandezza normale nello spazio di 6 mesi. Il dono di organi è una cosa rara e la rarità aumenta il valore delle cose».

 

Info-Chaîne de vie