Quebec
16:41pm23 febbraio 2021 | mise à jour le: 23 febbraio 2021 à 16:51pmReading time: 6 minutes

Scuole e Covid-19, un “nemico” indesiderato

Scuole e Covid-19, un “nemico” indesiderato
Photo: Foto cortesiaSimona Bignami

Intervista a Simona Bignami, docente di Demografia all’Université de Montréal

Nata e cresciuta a Milano, Simona Bignami si è laurata in Discipline Economiche e sociali alla Bocconi. Dopo aver perfezionato i suoi studi ottenendo un Master in Demografia alla London School of Economics, e un  Dottorato in Demografia presso l’Università della Pennsylvania a Filadelfia, è approdata a Montréal dove, dal 2005, insegna Demografia all’Université de Montréal.

Il campo di interessi della prof.ssa Bignami è molto ampio ed abbraccia diversi aspetti della nostra società fino a comprendere il terreno, tanto drammatico quanto di estrema attualità, del Covid-19 e della sua diffusione.

«La mia specialità – afferma – è sempre stata la raccolta dei dati e l’analisi statistica. La mia posizione all’UdM è di professore in statistiche sociali. Ho studiato soprattutto la diffusione delle malattie infettive e in particolare dell’AIDS e il suo impatto su certi gruppi di popolazione, sempre in relazione con la raccolta dati, e per fare questo sono andata più volte in Africa. I miei studi sono stati pubblicati su diverse riviste mediche. Ho sviluppato, dunque, una certa competenza epidemiologica in senso lato.

Quando è arrivato il Covid, essendo figlia unica e avendo i miei genitori a Milano, non potendo fare granché per loro mi sono sentita quasi “inutile” nei loro confronti. Sentivo il bisogno di fare qualcosa, di mettere a disposizione le mie competenze per conoscere meglio l’ampiezza del problema. Grazie al coinvolgimento di un’amica e collega italiana che sta alla Commissione europea, abbiamo iniziato a fare degli studi sul Covid e sui suoi aspetti demografici, le sue caratteristiche, la distribuzione per età, e sesso delle persone infette e delle persone ospedalizzate, allargando poi il discorso dall’Europa al Canada.

Qui in Canada e nel Québec la mia attenzione si è incentrata in particolare sulla diffusione del Covid-19 nelle scuole e sulla sua trasmissione nella comunità anche perché, in quanto madre di due bambini di 8 e 14 anni che frequentano le scuole primarie e secondarie, l’argomento mi tocca molto da vicino.

In base ai dati esaminati – continua Simona Bignami – abbiamo rintracciato l’evoluzione del Covid a Montréal da settembre, cioè dal momento della “rentrée”, a dicembre 2020, e abbiamo osservato che la diffusione del contagio è partita proprio dalle scuole.

Facendo una comparazione con le altre province canadesi abbiamo potuto constatare che il Québec è stata quella che ha preso le misure più insufficienti per il rientro a scuola non imponendo il distanziamento sociale di 2 metri, non imponendo l’uso delle mascherine, non facendo nessun investimento sulla ventilazione, per cui le scuole hanno finito per svolgere un ruolo determinante nella diffusione del virus durante la seconda ondata».

 

Quindi il Governo avrebbe dovuto agire differentemente …

«Avrebbe dovuto porre in essere tutte le misure che l’OMS raccomandava, misure che si sono dimostrate efficaci perfino negli Usa dove il livello di trasmissione è stato molto più alto. Invece così non è stato e il virus dalle scuole è finito nelle case e nelle famiglie. Basti pensare che le mascherine sono obbligatorie in classe solo a partire dalla quinta elementare e che il distanziamento in queste classi non è richiesto.

L’idea alla base è quella della “classe-bolla”, un principio concepito non per limitare la trasmissione del virus ma per tenere le scuole aperte il più a lungo possibile. I bambini restano nella loro “classe-bolla” in modo che se si verifica un contagio si chiude la “classe-bolla” ma non la scuola. Però è un principio che non funziona perché ci sono bambini che hanno fratelli e sorelle in classi diverse o anche in scuole diverse per cui a casa possono aver diffuso il contagio. Inoltre, prima di Natale, per avere il risultato di un test ci volevano due o tre giorni e in attesa dei risultati molti continuavano a fare come se nulla fosse».

 

E la settimana di vacanze scolastiche alle porte?

«In questo momento in cui si teme per il diffondersi delle varianti che sono ancora più pericolose, non è il momento di riaprire semmai è quello di richiudere proprio per tagliare le gambe ad una possibile terza ondata.

Penso che i numeri forniti dal Governo sui casi di contagio dovuti alla varianti non siano veritieri. La cosa che importa di più al Governo è il numero di ospedalizzazioni, se sono in diminuzione, così come il numero di decessi, allora tutto va bene e si riapre. Legault dei decessi non ne parla nemmeno più, almeno a marzo-aprile scorso presentava giornalmente le sue condoglianze e conta relativamente se finora i morti in Québec sono stati più di 10.000. Dunque, a parte forse le attività esterne, per il resto sarebbe il caso di chiudere tutto approfittando proprio della pausa nelle scuole per interrompere la catena dei contagi. Ma il Governo, aprendo qua e là, vuole dare l’impressione che le cose vanno meglio anche per non deprimere ulteriormente certi settori economici. Inoltre, ci sono i test rapidi che “dormono” nei depositi da mesi. Il Governo federale li ha approvati, quello del Québec non vuole distribuirli perché sa benissimo che nel momento in cui faranno i test rapidi troveranno sicuramente tanti casi di varianti e saranno costretti a richiudere le scuole e Legault non vuole chiuderle perché se le chiudesse i genitori sarebbero costretti a rimanere a casa».

 

In questo contesto il coprifuoco serve a qualcosa?

«Secondo me no. Sono sicura che ci sarà uno studio governativo che dirà, invece, che ha avuto un grandissimo impatto. Nei paesi in cui è stato attuato, per esempio, in Francia, è stato attuato perché i bar e i ristoranti erano aperti, dunque per limitare in qualche modo la loro apertura senza chiuderli ma anche in quella circostanza l’effetto del coprifuoco è stato minimo. Noi, in Québec abbiamo beneficiato della chiusura prolungata delle scuole durante il periodo delle vacanze di Natale. Il rovescio della medaglia è che a mio avviso presto pagheremo il conto di averle riaperte soprattutto adesso che la trasmissione delle varianti comincia ad inquietare».

 

Parliamo più strettamente di demografia. Il Québec a che punto è?

«È un po’ come l’Italia perché ha una popolazione anziana, una fertilità molto bassa e un livello di emigrazione più o meno stabile. Dunque, possiamo dire che il Québec (che secondo i dati di Statistique Québec, aggiornati al 1 luglio 2020, conta poco più di 8 milioni e mezzo di abitanti, n.d.r.) non è in un momento di grande crescita».