Quebec
14:58pm23 marzo 2021 | mise à jour le: 23 marzo 2021 à 14:58pmReading time: 5 minutes

Tornare all’ordinario sarà …straordinario!

Tornare all’ordinario sarà …straordinario!
Photo: Foto Felipe ArgaezIl dottor Karl Weiss specialista delle malattie infettive presso l'Ospedale generale ebraico di Montréal

A colloquio con il dottor Karl Weiss, specialista delle malattie infettive all’Hôpital Général Juif de Montréal

È ormai da più di un anno che il dottor Karl Weiss, microbiologo, infettivologo, professore di Medicina all’Università McGill e direttore del Servizio di malattie infettive presso l’Ospedale Generale Ebraico (HGJ) di Montréal, è in prima linea nella lottta contro la pandemia di coronavirus. Forse molti di voi lo avranno visto in televisione parlare e spiegare l’evoluzione della situazione e i risvolti legati alla diffusione del Covid-19.

Oltre al suo lavoro di medico, ricercatore e divulgatore scientifico, il dottor Weiss è diventato anche il portavoce di un’importante campagna di finanziamento per il Centro d’eccellenza in malattie infettive (CEMI) dell’HGJ, Centro che dirige e che si è posto l’obiettivo di raccogliere 7,5 milioni di $ per potenziare le sue strutture e per rispondere al meglio alle “crisi” dettate dal diffondersi delle malattie infettive.

«Il Centro – spiega il microbiologo – vuole essere una struttura “d’eccellenza” che ci permetterà di investire nella ricerca per combattere al meglio le infezioni nel futuro. Il Covid 19 è una tra le tante. Ne abbiamo viste altre negli ultimi anni: H1N1, SRAS, Zika, Clostridium difficile, ecc., che hanno causato tanti problemi. Sarà importante, dunque, mettere in piedi un sistema che ci permetterà di essere molto più proattivi in futuro perché di malattie infettive, putroppo, ce ne saranno altre. Il Covid-19 ci ha fatto vedere le cose in maniera diversa, ci siamo resi conto che era necessario accelerare questo processo di “crescita” perché sappiamo che ne avremo altre di infezioni che assomigliano al Covid. Quando succederà dovremo farci trovare pronti.

Per questo abbiamo intitolato la campagna di raccolta fondi “Ordinaireextraordinaire” perché vogliamo ritornare ad una vita “ordinaria”, vogliamo tornare ad abbracciarci, a rivedere la famiglia, gli amici, a viaggiare, a giocare fuori, attraverso una ricerca “straordinaria” e perché solo in certe situazioni ci si rende conto di quanto sia “straordinario” il nostro “ordinario”».

 

A che punto siamo in Québec nella lotta al Covid-19?

«Ci sono state diverse ondate. La prima – risponde il Dr. Waiss – è stata estremamente devastatrice. Ci sono stati sfortunatamente molti decessi. Il Québec, come  molti altri posti nel mondo, non era preparato alla pandemia. Il tempo di reazione è stato diverso da un paese all’altro. Da noi certi tempi di reazione sono stati un po’ troppo lenti come, ad esempio, per quanto riguarda l’uso delle mascherine. La seconda ondata è state gestita meglio.

Ora, il problema è la vaccinazione ma il Québec non è interamente responsabile della situazione. Il Canada non era affatto pronto ed ha mal gestito la campagna di vaccinazione. Non è stato capace di ottenere dei buoni vaccini in gran quantità e quindi il numero di persone  vaccinate attualmente è relativamente basso in Canada.

In Québec – enumera l’infettivologo –  ci sono 8 milioni e mezzo di persone. Se togliamo i bambini di meno di 18 anni, scendiamo a 7 milioni di persone. Le persone vaccinate sono in questo momento (i dati si riferiscono al momento di chiudere questa edizione del giornale, cioè a lunedì 22 marzo) circa un milione, ne restano 6 milioni. Se vacciniamo 50mila persone al giorno ci vorranno 4 mesi solo per somministrare la prima dose. Attualmente vengono vaccinate tra le 25.000 e 30.000 persone, circa la metà. Se continuiamo di questo passo ci vorrà molto più tempo. E non si parla nemmeno di una seconda dose! Bisogna andare molto più velocemente se si vuole avere un impatto significativo sulla popolazione».

 

Tutti i vaccini in circolazione sono efficaci allo stesso modo?

«Direi che attualmente quelli di Pfizer-BioNTech e Moderna lo sono. Dopo la sospensione della somministrazione del vaccino di AstraZeneca in alcuni paesi europei – spiega l’immunologo – l’Agenzia europea del farmaco si è pronunciata in suo favore dicendo che un’associazione tra la somministrazione del vaccino ed il manifestarsi di un possibile fenomeno di trombosi non è una cosa da escludere ma che, nel contesto attuale, i suoi benefici superano di gran lunga i problemi che può causare.

Sarà importante, comunque, nelle persone che ricevono il vaccino di AstraZeneca, sorvegliare eventuali sintomi per un periodo di tempo di circa 14 giorni.

Penso che il Canada ha acquistato questo vaccino perché era un po’ “disperato” in quanto non aveva un congruo numero di dosi degli altri vaccini. Ma una cosa è certa: meglio tale vaccino che niente perché in medicina è sempre una questione di capire quali sono i vantaggi e quali gli inconvenienti. Ad esempio, se avete 60 anni o più e se siete contaminati dal Covid-19 rischiate di sviluppare malattie molto più severe rispetto ad un giovane di 20 anni. In tal caso meglio AstraZeneca che niente».

 

Cosa si può dire sull’intervallo di tempo fra la prima e la seconda dose che si allunga sempre di più?

«Penso sia un “atto disperato” perché – risponde il Dr. Weiss – manchiamo di vaccini. In realtà non ci sono dati probanti che suggeriscano di mantenere un intervallo di 4 mesi tra una dose e l’altra. Non è qualcosa che si dovrebbe fare. Sembra un modo di “annacquare la salsa”: non abbiamo vaccini quindi allunghiamo. È un po’ la storia del ricco e del povero. Se siete gli Stati Uniti e avete tutte le dosi che volete il problema non si pone ma se siete poveri e non avete molto da mangiare, quel poco che vi rimane lo tagliate in tanti pezzi per farlo durare più a lungo».

Per fare un dono al Centro d’eccellenza in malattie infettive (CECM) dell’Ospedale generale ebraico (HGJ): ordinaireextraordinaire.ca 

 

 

 

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