Quebec
19:11pm11 luglio 2022 | mise à jour le: 11 luglio 2022 à 19:12pmReading time: 7 minutes

Omaggio alle “Donne d’acciaio”

Omaggio alle “Donne d’acciaio”
Photo: Foto cortesiaLe “Donne d’acciaio” al Centro Donne Solidali e Impegnate

Vissuto e testimonianze del lavoro nelle manifatture

Di Luisa Rabach, M.A. Università McGill, M.A. Università di Genova

Il 4 giugno scorso si è tenuta presso il Centro Donne Solidali ed Impegnate di Montréal una conferenza al fine di inaugurare un progetto intitolato “Le Donne d’Acciaio”.

Tale progetto vuole rappresentare innanzitutto un riconoscimento umano e sociale a tutte quelle donne, in maggioranza d’origine italiana, che hanno condiviso l’esperienza del lavoro in manifattura negli anni successivi al loro arrivo in Canada, con particolare riferimento alla realtà industriale montrealese.

Non c’è da stupirsi se negli anni successivi al loro arrivo a Montréal tante donne, d’origine italiana e non, hanno avuto l’occasione di prestare la loro opera negli stabilimenti tessili per molteplici ragioni. Innanzitutto la necessità di aiutare economicamente la famiglia, sia quella d’origine che il proprio nucleo familiare costituito dai figli e dal marito, ma anche la voglia di conquistare una benché minima autonomia economica, cosa non certo scontata per una donna in quel particolare periodo storico.

Senza dubbio il fatto di trovarsi in una città industriale e produttiva come Montréal rappresentava uno stimolo importante non solo per riuscire a migliorare la propria condizione economica, ma anche per conquistare e costruire con le proprie mani una nuova identità femminile italo-canadese.

Le Signore che lavoravano nelle manifatture cercavano di adattare la loro vita ai ritmi del lavoro industriale secondo il modello nord-americano, ma allo stesso tempo conservavano le loro tradizioni tutte italiane mantenendo come primo obiettivo il benessere della loro famiglia. Dunque l’idea di poter permettere ai propri cari una vita più agiata, ma allo stesso tempo essere capaci di guidare la famiglia in un’altro contesto sociale, le spingeva a sacrificare molto del loro tempo per impegnarsi in condizioni di lavoro non sempre facili.

 

Una grande forza d’animo

Il primo impatto con la vita di fabbrica rappresentava di sicuro un’esperienza nuova e significativa per donne che in molti casi venivano da realtà italiane più rurali e meno industriali. Bisogna inoltre tenere presente che, nel contesto lavorativo di quegli anni, erano quasi del tutto assenti o comunque fortemente limitati sia i diritti della lavoratrice che i congedi di malattia o i permessi per motivi familiari.

Inoltre, il sistema di assistenza all’infanzia era ancora assai poco sviluppato rispetto a quello odierno, fattore che complicava la vita quotidiana delle operaie tessili. Occorreva dunque una immensa forza d’animo, una grande determinazione ed un’infinita capacità di organizzazione per adattarsi ad una vita nella quale la donna non era solo responsabile del focolare domestico, ma doveva anche affrontare le difficoltà di un posto di lavoro per il quale non sempre i suoi diritti venivano pienamente rispettati.

Purtroppo, spesso e volentieri avvenivano ingiustizie e violenze psicologiche da parte di chi, in modo scorretto, approfittava della mancanza di informazione e della semplicità delle operaie appena arrivate per trarne vantaggi a loro discapito. L’abuso più frequente era la mancanza di equità salariale. Spesso e volentieri le lavoratrici venivano pagate meno di quanto spettasse loro, oppure venivano richieste funzioni lavorative che nel giro di pochi mesi potevano causare loro malattie professionali o portarle ad incidenti sul lavoro senza poter richiedere poi alcuna copertura assicurativa in caso di convalescenza.

Da sottolineare, inoltre, l’abuso psicologico a causa del quale la lavoratrice non aveva spesso il coraggio di chiedere qualche cosa in più o di rivendicare semplicemente un diritto che le spettava, costringendola spesso a sopportare in silenzio  situazioni di profondo disagio fisico e morale.

 

Amicizie e solidarietà

Se da un lato la manifattura costituiva un luogo dove si incontravano difficoltà nuove, dall’altro diventava un luogo dove intrecciare nuove amicizie con colleghe che parlavano la stessa lingua e che avevano vissuto le stesse situazioni solamente qualche anno prima. Frequentemente si sviluppava in modo naturale un grande senso di solidarietà femminile che portava le operaie ad aiutarsi vicendevolmente non solo sul lavoro, ma anche nella vita quotidiana.

Spesso le amicizie e la solidarietà che si sviluppavano in fabbrica servivano da spinta ad imparare le lingue del posto, in quegli anni di forte industrializzazione, sia l’inglese che il francese, a frequentare corsi serali per poter aspirare ad un lavoro più qualificato le cui condizioni fossero meno nocive per la salute e che potesse dare una retribuzione più appropriata e giusta. Senza dubbio le diverse esperienze delle lavoratrici erano tutte accomunate dal bisogno economico e dal desiderio di poter contare di più anche nella vita professionale in una società, sia quella italo-canadese che quebecchese, che in quegli anni era ancora legata all’immagine di una donna completamente dipendente dal nucleo familiare cui apparteneva e che non era vista come un soggetto attivo all’esterno della famiglia.

Un momento dell’incontro al Centro Donne

L’esperienza della fabbrica era dura e talvolta dolorosa, ma allo stesso tempo era occasione di contatto e di crescita personale poiché per la maggioranza delle lavoratrici rappresentava il primo contatto esterno con la nuova realtà canadese e con il mondo del lavoro in generale.

 

I cambiamenti sociali

Per la comunità italo-canadese di Montréal, il vissuto e la testimonianza diretta di queste Signore rappresenta l’affresco di un’epoca storica nella quale i cambiamenti sociali si riflettevano innanzitutto all’interno delle famiglie. La figura della moglie e della madre non si annullava ma si intrecciava con quella della lavoratrice che non si sostituiva al marito, ma semplicemente contribuiva e collaborava in modo diverso, partecipando al benessere economico della famiglia allo stesso tempo ritagliandosi timidamente un suo spazio sociale e professionale.

Le cosiddette “Donne d’Acciaio” vogliono essere quelle donne che silenziosamente hanno contribuito al successo delle loro famiglie, alla cura e all’educazione dei figli e alla crescita economica e sociale della comunità italiana di Montréal da sempre rispettata e riconosciuta per il forte senso dei valori familiari e la grande dedizione lavorativa dei suoi membri.

Uno speciale ringraziamento va a tutte le persone che hanno deciso di dedicare una parte del loro tempo, in modo del tutto volontario, alla realizzazione di tale progetto di notevole portata sociale e storica, in particolare alle ex-lavoratrici del settore manifatturiero che hanno condiviso la loro personale esperienza rendendola pubblica.

 

Gli obiettivi del progetto

«L’obiettivo principale – spiega l’avv. Margherita Morsella, tra le promotrici del progetto – è quello di raccogliere e portare alla luce una parte della nostra storia ancora poco conosciuta, e di rendere omaggio a tutte quelle donne che hanno contribuito con il loro lavoro e con il sudore della loro fronte, alla crescita della città di Montréal.

Recentemente si è formato un comitato composto da Pina Di Pasquale, direttrice del CFSE, Faustina Bilotta, presidente del Collectif des Femmes Immigrantes, Vera Rosati, direttrice del Patronato Inca, Laura Vigo, conservatrice d’arte al Musée des Beaux arts de Montréal, Margherita M Morsella, avvocata, attivista, autrice e Sonia Cancian, storica e scrittrice, proprio per promuovere e mettere a punto una serie di inziative in questo campo. Tra di esse: una raccolta fondi per portare avanti gli obiettivi del progetto. Raccogliere testimonianze e documentazione del vissuto e delle esperienze di lavoro delle donne in manifattura che verranno analizzate da una storica e da altri esperti per un’eventuale pubblicazione.

Fare delle conferenze e delle tavole rotonde con la partecipazione delle donne e di esperti del settore per promuovere ed educare in quanto vuole essere anche un progetto educativo. Produrre un documentario prima che queste donne, che hanno una certa età, scompaiono.

Indire un bando di concorso per artisti e scultori per produrre un’opera d’arte, una statua o un monumento da installare nella Piccola Italia e nella zona delle manifatture, il quartiere Chabanel. Infine, installare le opere d’arte, con il coinvolgimento della nostra comunità e dei suoi organismi, durante il “Mese del patrimonio italiano” (giugno) del 2023 o 2024 oppure durante l’ItalfestMtl».

 

 

 

 

 

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