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19:22pm9 febbraio 2009 | mise à jour le: 9 febbraio 2009 à 19:22pmReading time: 7 minutes

“Foibe: dalla tragedia all’esodo”

Le foibe, maestose cavità rocciose, profonde anche duecento metri, regalate dalla natura alle terre del Carso e trasformate dalla follia dell’uomo in terribili porte dell’inferno, simboleggiano un pezzo di storia italiana, una tragica storia, a lungo sotterrata, volutamente dimenticata.

Aise/ROMA – Alla fine della Seconda Guerra Mondiale a Trieste e in Istria, che allora erano territori italiani, la liberazione avvenne per opera dell’esercito comunista jugoslavo di Tito: circa 350mila italiani abitanti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia dovettero scappare ed abbandonare la loro terra, le case, il lavoro, gli affetti, incalzati dalle bande armate jugoslave. Circa in 20mila furono uccisi nei campi di concentramento titini o nelle foibe, dove furono buttati ancora vivi, anche a guerra finita, per il semplice fatto di essere italiani. Sin dal 1943, come ha riconosciuto il presidente della Repubblica Napolitano in occasione del Giorno del Ricordo 2007, emersero in tutta la loro violenza «giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento» della presenza italiana dalla Venezia Giulia, che, accanto a «l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe», costò agli istriani, fiumani e dalmati che intrapresero “l’odissea dell’esodo” dolore e fatica, ma anche un “demoralizzante” oblio. Napolitano lo ha definito la “congiura del silenzio” ed ha invitato tutti, le istituzioni e i cittadini, a non tacere, ad assumersi «la responsabilità dell’aver negato o teso ad ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica e d’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali».
Assume dunque un valore tutt’altro che secondario la scelta del Complesso del Vittoriano a Roma quale luogo deputato ad ospitare la mostra “Foibe: dalla tragedia all’esodo”, inaugurata il 30 gennaio scorso, (fino al 22 febbraio) e che racconta ciò che è accaduto dopo lo sterminio dell’infoibamento nelle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia con l’esodo forzato, durato 15 lunghi anni, dal confine orientale di circa 350mila italiani. La mostra, che prosegue idealmente un progetto iniziato un anno fa con l’altra esposizione “Foibe: martiri dimenticati”, tenutasi presso il Rifugio Antiaereo del Palazzo Uffici dell’Eur nel 2008, è stata organizzata dall’Associazione Nazionale Dalmata e da E-nvent con il sostegno del ministero della Difesa e della Fondazione Roma ed il patrocinio del Comune e della Provincia di Roma.
Una storia che ha una sua “dignità nazionale” e che per questo va recuperata, ha sottolineato l’on. Roberto Menia, membro del comitato scientifico della mostra e figlio dell’esodo, cui si deve l’istituzione del Giorno del Ricordo. «Sentivo moralmente di dover dare il mio contributo», ha raccontato ripercorrendo insieme ai presenti il proprio vissuto familiare ed emozionale, che è poi quello di un’intera comunità che si è dispersa e la cui esperienza era giusto recuperare. Così come è giusto oggi sostenerla. «L’Italia, ha spiegato, deve avere una posizione sufficientemente rigida nei confronti di quei due Paesi di cui oggi fanno parte i territori un tempo italiani: le posizioni recentemente espresse da Slovenia e Croazia fanno rabbrividire», ha continuato riferendosi alle accuse del presidente sloveno Turk, che ha rifiutato un gesto simbolico di riconciliazione e secondo il quale l’Italia soffrirebbe di un “deficit di democrazia” – ma poi il suo Paese «non ha restituito un mattone di quelli che la foga comunista scippò agli italiani» -, ed al presidente croato Mesic – “l’ultimo comunista” – che accusò Napolitano di «razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico» ed ancora rivendica la liberazione del litorale dagli italiani. Tutto questo avviene in Europa in cui dovrebbe prevalere uno «spirito di giustizia», ha sottolineato Menia, che ha infine annunciato l’intenzione di chiedere ai vicini di casa un «atto di buona volontà», come la restituzione agli italiani delle case loro sequestrate ed ancora libere.

Un vuoto storico

D’accordo con Menia anche Roberto Olla, giornalista Rai, scrittore e regista, che si è occupato della questione degli esuli. «La memoria serve ad essere liberi, ha detto, «e se non troveremo valori forti e condivisi, basati sulla memoria, l’Europa non resterà in piedi». Sulle foibe, ha continuato, «c’è ancora molto da studiare». Per questo nel 1995 si è recato per la prima volta – e ne seguiranno molte altre – a visitarne una. Il suo racconto è stato toccante: «è difficile avvicinarsi, entrare in una foiba. È una specie di buco nero nella terrà. E, come in tutti i luoghi di morte, vi resta una carica talmente forte che i piedi non si muovono». La prima visita istituzionale ad una foiba, quella di Basovizza, risale al 1991: fu l’allora presidente della Repubblica Cossiga a recarsi lì e a chiedere perdono per un silenzio durato 50 anni, da quando nel 1943 l’Italia abbandonò quelle terre e i suoi cittadini. 50 anni di «vuoto storico» li ha definiti Olla, che ha paragonato il caso degli esuli a quello dell’Altra Italia, l’Italia dell’emigrazione «di cui poco o nulla sappiamo». Senza contare che molti esuli del litorale si unirono alle grandi ondate migratorie del secolo scorso ed oggi «producono ricchezza altrove. Eppure, ha osservato, l’Italia investe nella comunicazione per i connazionali all’estero molto meno – il rapporto è di 1 a 10 – di un Paese come la Germania, che non ha di certo una storia migratoria come la nostra». Tornando all’Europa, Olla, che è pure membro del comitato scientifico della mostra, ha auspicato un diverso approccio di Croazia e Slovenia alla questione, magari sull’esempio della Polonia, che sta compiendo un encomiabile sforzo per riconoscere a livello tanto nazionale quanto europeo la tragedia, tanto simile a quella delle foibe, delle fosse di Katyn: «come in Istria anche lì si tentò di cancellare un’intera nazionalità».
È stata poi la volta dei testimoni viventi dell’esodo, a cominciare dal sen. Lucio Toth, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che, rivendicando il riconoscimento della nostra appartenenza alla storia della nazione, ha ammonito: «non ci si cancella con l’amputazione territoriale». Toth ha ricordato i non pochi patrioti italiani che combatterono durante la prima guerra mondiale e che furono internati per difendere la patria: «anche noi abbiamo pagato». Ed ora, mentre c’è chi nel 1945 fu cacciato e oggi vive all’estero «ancora in attesa di riavere la cittadinanza italiana, vogliamo essere ricordati nei libri di scuola e vogliamo un indennizzo equo per i nostri beni». E ancora: «noi siamo orgogliosi della nostra vicenda, tragica ma nobile. Abbiamo lottato per l’Italia e per la libertà. E non ci piace essere considerati vittime, ma preferiamo martiri: abbiamo subìto, ma perché abbiamo scelto l’Italia. E di questa scelta siamo fieri».
Parole forti ed emozionanti, come quelle di Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani, il quale ha ricordato i due senatori, «esempio di fedeltà fino all’estremo sacrificio, che Fiume perduta diede al Regno d’Italia: Riccardo Gigante e Icilio Bacci, cui un ricordo sarebbe doveroso». Anche per non dimenticare chi, come loro, per l’Italia diede la vita, è nata la società presieduta da Ballarini che, oltre a pubblicare la Rivista di Studi Adriatici, ha aperto a Roma l’Archivio e il Museo Storico di Fiume ed ha recentemente dato alle stampe, anche grazie all’aiuto dell’allora sindaco Veltroni, un primo volume documentale sull’esodo dalle terre adriatiche. È questo, secondo Ballarini, il modo migliore per rispondere ai «negazionisti di una certa sinistra che fanno offesa alla storia prima ancora che a noi»: operando sul campo e rendendo noti i nomi di tutti coloro che furono infoibati, annegati, fucilati in quesi tragici anni. C’è ancora tanto da fare, ad esempio per quell’altra parte di storia dimenticata che fu Zara. Ma alla fine, ha concluso Ballarini, «il nostro scopo è che l’Italia non si dimentichi di noi».