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16:59pm10 novembre 2009 | mise à jour le: 10 novembre 2009 à 16:59pmReading time: 6 minutes

“L’isola che c’è” : quando il diabete diventa spettacolo teatrale

La pandemia diabetica, la storia dell’insulina, dei suoi scopritori canadesi Banting, Macleod, Best e Collip, premi Nobel per la medicina, e del dott. Renato Giordano, diabetologo italiano con la passione per il teatro.

Secondo i dati relativi all’ultimo Congresso mondiale di diabetologia, tenutosi a Montreal nell’ottobre scorso, i malati di diabete sono passati dai 30 milioni del 1985 ai 150 nel 2000, ai quasi 300 milioni di oggi, di cui più della metà di età compresa tra i 20 e i 60 anni. Se il tasso di crescita attuale proseguirà a questo ritmo, il numero dei diabetici supererà i 435 milioni nel 2030, una cifra superiore alla popolazione attuale del Nord America.
Il diabete tocca oggi il 7% della popolazione mondiale e in America del Nord il 10% della popolazione adulta ne soffre. Il Paese più toccato al mondo è l’India con 50,8 milioni, seguito dalla Cina con 43,2 milioni. Al terzo posto gli Stati Uniti con 26,8 milioni. Cifre enormi al punto che il prof. J. C. Mbanya, presidente della Federazione Internazionale del Diabete (FID), afferma che «l’epidemia è fuori controllo. Nessun Paese ne è al riparo e nessun Paese è interamente attrezzato per respingere questo nemico comune».
La prevenzione del diabete di tipo 1 è impossibile. È una malattia auto-immune: il corpo distrugge le sue cellule produttrici d’insulina. Le persone che ne soffrono hanno bisogno di iniezioni quotidiane di insulina per sopravvivere.
Il diabete di tipo 2 rappresenta la maggior parte dei casi (85-95%) ma può essere “controllato”. Le persone che ne soffrono non possono utilizzare efficacemente l’insulina che producono (l’insulina è un ormone proteico prodotto da alcune cellule all’interno del pancreas), ma possono spesso gestire la loro malattia grazie all’esercizio fisico e all’alimentazione, anche se molti necessitano lo stesso di dosi d’insulina per stabilizzare il tasso di zuccheri nel sangue (glicemia). I due diabeti rappresentano in ogni caso una minaccia sanitaria grave; ogni anno 4 milioni di decessi sono imputabili al diabete che è una delle cause principali di cecità, insufficienza renale, infarto del miocardio, amputazioni e incidenti cardio-vascolari. Il diabete, dunque, è diventato un problema di società. La FID stima che la malattia costerà all’economia mondiale 3756 miliardi di US$ nel 2010, l’11,6% delle spese sanitarie su scala mondiale.
Per tali motivi la FID, sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha dichiarato il 14 novembre “Giornata mondiale del diabete”, un’occasione per sensibilizzare la popolazione sui problemi legati alla fin troppo rapida diffusione di questa grave malattia dichiarata pandemica dall’OMS.
Proprio in occasione del 14 novembre (data scelta appositamente perché è l’anniversario di nascita di F. Banting uno degli scopritori dell’insulina), il Corriere Italiano ha parlato del diabete, dell’insulina e dei suoi risvolti … “spettacolari” con il dottor Renato Giordano, endocrinologo e diabetologo, venuto a Montreal per il Congresso mondiale, responsabile del Centro diabetico Regina Elena di Roma (appartenente all’Ospedale Santo Spirito) e, caso più unico che raro, regista, autore di teatro, musicista e operatore culturale a cui, un po’ di tempo fa, è venuta in mente l’idea di dedicare uno spettacolo teatrale agli scopritori dell’insulina vale a dire ai ricercatori dell’Università di Toronto il fisiologo Frederik Banting (1891-1941) e il biochimico John Macleod (1876-1935) che per questa scoperta si videro assegnare (non senza polemiche perché la scoperta fu rivendicata anche dallo scenziato rumeno Nicolae Paulescu) il Premio Nobel per la Medicina nel 1923 (il primo in assoluto per dei canadesi). Banting e Macleod divisero poi il premio con altri due ricercatori canadesi Charles Best e James B. Collip.

Dott. Giordano, come è nata l’idea di scrivere e dirigere “L’isola che c’è” (La Commedia dell’insulina)?

«Da più di 30 anni conduco, sempre su piani assolutamente separati, due professioni: il medico diabetologo e il regista drammaturgo, due binari paralleli che non si sono mai incontrati in tutta la mia vita. Ma già da alcuni anni mi è venuta voglia di entrare in interazione tra queste due professioni ed è stata, in un certo senso, un’interazione quasi obbligata visto che mi hanno “trascinato” verso lo spettacolo proponendomi di fare, tra le altre cose, dei documentari sul diabete. Con uno di questi documentari ho vinto anche un premio internazionale. Da lì mi è venuta l’idea di provare anche con un “meccanismo teatrale” dedicato proprio al diabete, un ponte ideale per unire le mie due professioni. Ci ho pensato un po’ poi, dato che nell’ambiente medico-diabetico tutti parlavano di Banting e Macleod, di questi personaggi storici degli anni ’20, senza che però nessuno sapesse bene chi fossero, mi sono documentato e ho trovato una storia “assolutamente teatrale”, una storia bellissima, praticamente già “sceneggiata”, con il Nobel diventato fonte di litigi tra i vari ricercatori, con delle storie d’amore, lo sfondo della Prima guerra mondiale in Europa, insomma una “fiction” vera, con ingredienti veri. In realtà medicina e spettacolo sono due cose che funzionano, come dimostrano anche le numerose fiction sul tema della medicina e degli ospedali stile “Dr House” che vediamo in televisione, hanno una carica emotiva molto forte, e questo mi ha spinto ad approfondire il tema».

Perché questo titolo “L’isola che c’è?”

«È un titolo provvisorio; il titolo finale dovrebbe essere “La commedia dell’insulina”. In realtà “L’isola che c’è” è il titolo della prima parte di questa commedia e fa riferimento alla parola insulina, il nome che MacLeod diede a questo ritrovato che deriva dalla parola latina “insula” perché la parte del pancreas che produce l’insulina si chiama in realtà “isole di Langerhans”, quindi “insule” e “L’isola che c’è” è in realtà la matafora di una scoperta, di un’isola che fino a prima della loro scoperta “non c’era”. Lo spettacolo è ancora in rodaggio, sta andando in scena un po’ a “campione” a Roma per tastare la reazione del pubblico e fare eventualmente delle modifiche. L’intento è quello di metterlo in scena nella sua forma definitiva nel prossimo anno e di vederlo, un giorno, anche fuori d’Italia, magari proprio in Canada visto che il tema è strettamente connesso con questo Paese. E perché no, auguriamo al dottore e regista Renato Giordano, che secondo la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE) è l’autore teatrale italiano vivente più rappresentato nel mondo (sue le commedie “L’ultimo bacio”, “Doppio gioco”, “Le Quattro Stagioni”, “Alle donne piacciono le canzoni d’amore” da cui gli americani hanno tratto il film “A proposito di donne” con Whoopi Goldberg, “L’ultimo rock all’inferno” e altre ancora) di vederlo nei panni di regista anche a Montreal poiché in quelli di medico lo abbiamo già incontrato. In fondo, tutte le armi sono buone per combattere una malattia terribile come il diabete».

Chi volesse saperne di più può consultare il sito http://www.renatogiordano.it