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19:14pm3 febbraio 2021 | mise à jour le: 3 febbraio 2021 à 19:14pmReading time: 5 minutes

Un lager nazi-fascista da dove nessuno è stato mai deportato nei campi di sterminio

Un lager nazi-fascista da dove nessuno è stato mai deportato nei campi di sterminio
Photo: Foto AnsaIl campo, in una foto d'epoca, fu liberato dalle brigate inglesi sbarcate in Sicilia il 14 settembre del 1943

La Seconda guerra mondiale e i campi di concentramento in Italia

di Filomena Alati-Sclapari  –  alatifilomena@gmail.com

A Ferramonti di Tarsia, Cosenza, Calabria, è sorto il primo campo di concentramento costruito in Italia, il primo ad essere liberato dagli alleati, l’ultimo a chiudere le porte ed il solo da cui nessuno fu mai inviato alla morte, ad onore e vanto della gente di questo lembo di terra, talvolta chiamata in causa per ragioni non sempre giuste.

In quel campo di prigionieri nazi-fascisti, gli internati erano liberi di autogestirsi e vivere come esseri umani. Di morti per ragioni belliche ce ne fu solo qualcuno fra i residenti, dovuti ad uno scontro aereo tra alleati e tedeschi.

I prigionieri erano persone di diverse nazionalità e ceti sociali: ebrei professionisti, romani, settentrionali, polacchi, slavi, cinesi che si trovavano in Italia per ragioni commerciali, greci non ebrei e greci ortodossi, scambiati per ebrei ortodossi.

La storia di questo campo, pur drammatica e dolorosa, ha il suo lato umano, e per certi versi anche bello, un esempio di ironia della sorte. Il campo fu costruito da una società romana su un terreno acquistato a poco prezzo, perché in zona paludosa e fangosa, per cui era considerata, malarica. Detta situazione, indusse un comando tedesco ivi diretto a deviare rotta, risparmiando così gli internati da un sicuro sterminio, (gente della zona aveva sparso la voce che quella era una zona ove ci si poteva ammalare di tifo).

La vita a l’interno del lager di Ferramonti rispetto agli altri lager era vivibile, come in un villaggio circoscritto: con scuole, sinagoghe, libreria, asili culturali, addirittura con un piccolo parlamento interno.

 

Condizioni di vita

I prigionieri certamente non hanno avuto la vita facile, però in paragone ad altri campi sembra fosse il paradiso. I residenti facevano crescere gli ortaggi, si celebravano matrimoni e sono nati anche dei bambini. Alcuni prigionieri, con il dovuto permesso, andavano a lavorare anche fuori del campo.

Questa storia vera diede la possibilità a molti scrittori di raccontare le vicissitudini e i fatti attraverso i quali, senza forse volerlo, mettere in evidenza quei valori umani che caratterizzano la gente del sud, di quella gente oriunda della Magna Grecia, (tutta la parte meridionale dell’Italia) che fu a sua volta la culla della civiltà occidentale.

La sottoscritta ebbe il privilegio di visitare il campo “Ferramonti di Tarsia” alcuni anni orsono, quale “Consultore per la Regione Calabria”, assieme ad altri colleghi consultori provenienti da altri paesi tra i quali vi era anche Arturo Tridico editore della rivista La Voce.

L’esperienza è stata unica ed indimenticabile, soprattutto per l’incontro con una signora centenaria di cui purtroppo non ricordo il nome (la signora seduta nel mezzo della foto). Questa signora raccontò molte cose di quel periodo doloroso della sua giovinezza. Per esempio, raccontò che i prigionieri professionisti soprattutto i medici, erano chiamati a soccorso degli ammalati nei vicini villaggi. Una benedizione del cielo per gli abitanti e una vera manna per detti soccorritori che venivano generosamente ricompensati da quella gente, il cui sentimento di gratitudine è riconosciuto.

Il gruppo di visitatori e Consultori della Regione Calabria in compagnia della testimone (seduta)

 

La misericordia

Ci sarebbe tanto da dire sul campo “Ferramonti di Tarsia” ma il presente scritto vuole essere anche un monito per riflettere sulla misericordia, quel nobilissimo sentimento che dovrebbe animare tutti gli esseri umani, poiché se è vero che esiste un solo Dio è altrettanto vero, che detto Dio è amore e tolleranza. Basta riflettere sulle parole della preghiera “Padre Nostro”: davanti all’Eterno si è tutti uguali ed è assurdo pensare che Egli possa chiederci di uccidere un altro essere, a nome Suo; quale assurdità!

Oggi ci si rivolge ai giovani. Questi giovani, costruttori del domani, potranno provocare un cambiamento basato sulla misericordia, a condizione che prendano il tempo di acquistare una certa saggezza, che viene solo dall’esperienza, altrimenti l’ego si intromette. In qual caso, Dio ci liberi dalle conseguenze.

 

Il più grande campo di concentramento per ebrei in Italia

Ansa – Nel campo di Ferramonti nel periodo tra il 1940 ed il 1943 passarono circa 3.000 ebrei di nazionalità straniera, ebrei italiani, antifascisti italiani e stranieri (dal 1941), gruppi di cinesi e profughi politici.

Passato dopo l’8 settembre sotto la gestione del comando alleato, il campo di concentramento fu sgomberato nel settembre 1945 e chiuso definitivamente il 5 dicembre 1945. Fu l’unico campo appositamente costruito dal Fascismo a seguito delle leggi razziali.

Il campo è diventato un luogo del ricordo. Nella struttura, infatti, è stato realizzato un Museo Internazionale della Memoria dove sono raccolte oltre 100 fotografie che ricordano la vita di tutti i giorni e le attività del campo, pagine di giornali, testi e romanzi scritti da internati ed una pagella scolastica di una bambina ebrea espulsa da una scuola italiana dell’epoca. Nel campo sono state ristrutturate dal Comune anche tre baracche che sono entrate a far parte del Museo.

La targa che ricorda l’inaugurazione del Museo nel 2004

Per la peculiarità della sua organizzazione sociale e per il trattamento umano ricevuto dagli internati, il Jerusalem Post lo definì “un paradiso inaspettato” e lo storico ebraico Steinberg “the largest kibbutz on the European continent”.

Per informazioni: https://www.campodiferramonti.it/