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16:51pm8 giugno 2010 | mise à jour le: 8 giugno 2010 à 16:51pmReading time: 7 minutes

Una festa all’insegna della solidarietà

La festa di sant’Antonio richiamerà ancora una volta molti fedeli del Santo nelle Chiese cattoliche canadesi a lui dedicate e in quelle dove la festa del 13 giugno – sia nel Québec come nell’Ontario o nel British Columbia – aggrega membri d’associazioni e d’istituzioni legate al Santo di Padova. Anche nel vasto Canada – come in tanti altri Paesi del mondo – non c’è forse una chiesa dove non ci sia una statua o un’immagine di sant’Antonio: segno di una devozione universale che dalla sua Basilica, che ne conserva la tomba, ha varcato anche gli oceani. Uno dei segni dell’universalità di questo legame, è il Messaggero di sant’Antonio, il mensile che in dieci edizioni e in otto lingue entra in centinaia di migliaia di famiglie nel mondo. È il mensile della Famiglia antoniana che ogni anno, in occasione del 13 giugno, propone agli amici del Santo un’opera sociale di grande rilevanza, segno della solidarietà della Chiesa cattolica per particolari situazioni di povertà e di degrado sociale. Anche quest’anno l’attenzione dei frati del Messaggero di sant’Antonio si è rivolta all’Africa.

Il progetto 13 giugno 2010 del Messaggero di sant’Antonio

A Kimongò, un grosso villaggio a una quarantina di chilometri da Dolisie, la terza città della Repubblica del Congo, c’è una piccola clinica, una delle poche rimaste da quando la guerra è finita, cinque anni fa. Si tratta di tre stanzette spoglie, due riservate alla degenza, la terza adibita a ufficio-ambulatorio-sala parto-farmacia. Sull’unico lettuccio in legno c’è una bimba di circa tre anni, ammalata di malaria: si chiama Cecile. Accompagnati da don Abel Nienze, padre Danilo Salezze, direttore generale del Messaggero di sant’Antonio, e padre Paolo Floretta suo vice, hanno voluto vederla. Era la prima tappa di un viaggio che aveva lo scopo di conoscere la situazione del Paese per preparare un progetto d’aiuto e di sviluppo che il Messaggero di sant’Antonio intende attuare quest’anno. La piccola era alimentata da una flebo e accanto al letto, per terra, c’era una bottiglia d’acqua semivuota. Ma quell’acqua e la stessa flebo hanno stimolato i primi interrogativi nell’animo di padre Danilo: è una cura che avrà un senso? E quell’acqua in bottiglia accanto al suo letto sarà pulita? «Il nostro progetto comincerà dall’acqua», ha dichiarato padre Danilo una volta fuori dalla clinica, con l’aria di chi ha trovato il bandolo della matassa in un groviglio di necessità che le erano state elencate da don Abel, un giovane sacerdote locale, preziosa guida per i due frati.
In Congo sono migliaia i bambini che si ammalano e muoiono per questa malattia e per le mille altre causate dall’acqua infetta: colera, diaree, infezioni. Eppure la Repubblica del Congo è un Paese ricchissimo d’acqua: prende il nome da un fiume, il Congo appunto, primo al mondo per portata d’acqua, ma resa non potabile specie nelle zone rurali, per essere adibita a ogni uso: per cucinare, lavare i panni, abbeverare gli animali o farsi il bagno. Il Paese è stato messo in ginocchio da una lunga guerra, e l’attuale pace è messa a rischio dai molti, troppi interessi stranieri sulle materie prime: minerali e petrolio soprattutto.
A Dolisie, padre Danilo e padre Paolo hanno incontrato il vescovo di Nkayi, monsignor Daniel Mizonzo. La diocesi è vastissima, comprende tre regioni: Niari, Bouenza e Lékoumou, paragonabili a tre grandi regioni d’Italia con il 96 per cento delle strade sterrate e polverose nella stagione secca, piene d’insidie durante quella delle piogge. Il vescovo non ha né stipendio né assicurazione sanitaria, precario come i suoi preti, come la sua gente. «Ora mi è chiaro perché la Chiesa qui può essere l’unica fonte di sviluppo, fonte viva, fonte pura», ha pensato padre Danilo. Don Abel gli presenta la condizione della diocesi. «Il 50 per cento delle malattie è dovuto alla mancanza di acqua potabile, servirebbero almeno 80 pozzi, alcuni da bonificare, altri costruiti integralmente, collocati nelle 25 parrocchie della diocesi e in alcuni punti strategici». In passato, durante il lungo periodo comunista congolese, almeno funzionava un sistema sanitario pubblico, organizzato in piccoli dispensari territoriali e unità mobili che raggiungevano i posti più sperduti. Ora non esiste più nulla e un congolese stenta a raggiungere i 50 anni di età. La guerra ha diffuso l’aids a macchia d’olio e oggi il 13 per cento del ragazzi tra i 12 e i 20 anni è infetto. «Bisognerebbe almeno ripristinare gli 11 dispensari che abbiamo nelle nostre parrocchie e disporre di un’unità mobile per raggiungere i villaggi nella foresta», aggiunge don Abel. «Ma chi lavorerà al progetto? e dove troverete i medici?», chiede padre Danilo. «C’è una commissione diocesana per la salute», risponde Abel. E il giorno dopo presenta: il dottor Boniface Yaba Ngot, chirurgo laureato alla Sorbona di Parigi, la dottoressa Georgetta Kouloungou, pediatra, laureata a Mosca e Jean Makouango, infermiere congolese. Tre professionisti in pensione, tre laici dalla fede profonda, che hanno deciso di donare l’ultima parte della loro vita a servizio della diocesi. Boniface, il vecchio chirurgo ha visto tutte le tragedie del Congo ma anche i fasti degli ospedali europei; per questo chiede con dignità e con fiducia che le briciole dei ricchi possano ricadere sul suo Paese e avviare la rinascita.
Il progetto non è nato però dal nulla. È in opera un ufficio studi gestito da Serge, 30 anni, sociologo ed ex ragazzo soldato, che vuol far rinascere il suo Congo fuori dalla brutalità e dalla violenza. Serge è un’icona della sua generazione. Migliaia di ragazzi furono arruolati anche nell’esercito regolare con la promessa che a fine guerra avrebbero tutti avuto un lavoro. Invece nessuno ebbe niente e la scolarità è precipitata. Serge e Abel hanno studiato una fonte di speranza anche per loro: «Vorremmo nel tempo costruire a Dolisie, con l’aiuto del Messaggero, una scuola professionale: la chiameremo “Scuola sant’Antonio di Padova” dove tutti i giovani della diocesi possano diventare idraulici, elettricisti, muratori, falegnami, carpentieri senza bisogno di andare a Brazzaville. Già abbiamo individuato il terreno. Sarebbe davvero un grandissimo dono». «I ragazzi stanno già reagendo; vieni a vedere che cosa stanno facendo a Kimongò, il mio villaggio», dice Abel. E con il suo fuoristrada, uno dei due in dotazione alla diocesi (l’altro è del vescovo), riprendono il serpentone di terra rossa, tra buche e pozzanghere, fino a raggiungere dei terreni, tra una fitta vegetazione e grovigli di fogliame, dove si coltivano piccoli pomodori, piantati senza maestria. «Vedi, padre Danilo, questi ragazzi? – indica Abel –. Coltivano da soli, senza mezzi, come riescono. Sono una piccola cooperativa spontanea. Li ho messi già in contatto con un agronomo, perché insegni loro a migliorare le tecniche di coltivazione. Pensa cosa potremmo fare qui con una terra così fertile, se solo avessimo un trattore!». Padre Danilo stacca un pomodoro, l’assaggia e, chiudendo gli occhi vede che il sogno di Abel, di Serge, di Boniface e del vescovo Mizonzo può essere realizzato. Sarà il progetto che gli amici del Messaggero di sant’Antonio realizzeranno con il loro contributo: avrà la freschezza dell’acqua viva e il gusto ricco di un pomodoro maturo.

Se vuoi dare un contributo per la costruzione o bonifica di 80 pozzi; per il ripristino di 11 dispensari; la realizzazione della «Scuola professionale sant’Antonio» o l’acquisto di 1 trattore, invialo alla nostra sede in Canada: Messaggero di sant’Antonio. 1320 Leslie St. Suite 100, TORONTO, On. M3C 2K9. Tel. 416. 690-9904.