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20:58pm17 marzo 2010 | mise à jour le: 17 marzo 2010 à 20:58pmReading time: 3 minutes

Ottawa ai canadesi: non andate nel nord del Messico!

Il governo di Ottawa ha lanciato l’allarme ai cittadini canadesi invitandoli a non recarsi nel Messico settentrionale, dove recentemente è stata uccisa una coppia di americani. Il sito del ministero degli Esteri canadese ha chiesto ai canadesi di evitare di raggiungere Ciudad Juarez a meno che non sia ”assolutamente necessario”, tenuto conto ”dell’aumento della violenza legata al traffico di droga”.

La guerra dei “cartelli” messicani

La gang degli “Aztecas” è accusata da Città del Messico e da Washington dell’omicidio di due americani del consolato di Ciudad Juarez nel nord del Messico, avvenuto domenica. Il gruppo malavitoso s’è costituito alla fine degli Anni 80 all’interno di alcune prigioni del Texas. È in lotta con la gang di Juarez per il controllo del traffico di droga.

La banda, all’inizio piccola, si è notevolmente ampliata dal giorno della sua creazione, un giorno del 1986. Fu un detenuto messicano ad avere l’iniziativa, per difendersi da altre gang, soprattutto dagli afro-americani. È quanto sostiene almeno la polizia dello stato di Chihuahua in cui si trova Ciudad Juarez, alla frontiera del Texas, di fronte a El Paso. Sarebbero 2000 adesso i suoi componenti, killer assoldati dal potente cartello della droga “Juarez” che ha base nell’omonima città ma agisce anche dall’altro lato della frontiera, dalla California al Texas, passando per l’Arizona ed il Nuovo Messico. La polizia la considera oggi “una delle gang più potenti della frontiera” americano-messicana, lunga 3000 km. Il cartello “Juarez” condotto da Vicente Carrillo Fuentes, sulla cui testa vi è una taglia da cinque milioni di dollari negli Stati Uniti, ha intrapreso una lotta sanguinaria per il controllo del traffico della droga al cartello “Sinaloa” capeggiato da Joaquin “El Chapo” (il piccolo) Guzman, evaso da un penitenziario messicano nel 2001 e ritenuto adesso miliardario dalla rivista americana Forbes.

Gli omicidi del 14 marzo, di una funzionaria americana del consolato USA a Ciudad Juarez, del suo consorte anche lui americano e del marito di un’altra dipendente consolare, è l’ultimo gesto in un lungo elenco attribuito agli “aztechi”. Questi sono accusati, ad esempio, del massacro di una quindicina di giovani, per la maggior parte liceali, nel corso di una festa in città all’alba del 31 gennaio scorso. E gli inquirenti sospettano che siano stati anche loro ad uccidere, un anno fa, 20 detenuti del penitenziario locale presunti componenti del cartello “Sinaloa”.

I membri della gang si riconoscono, a quanto sembra, dai loro tatuaggi pre-ispanici: piramidi, serpenti piumati. Ma anche dai loro rituali filo-pseudo-aztechi prima dei loro blitz sanguinari. Si danno dei gradi, da “indiano” fino a “generale” passando per “soldato”, “sergente”, “tenente” o “capitano”. Per non mettere a rischio l’organizzazione, rivelandone magari i segreti, non possono consumare cocaina, di cui sono diventati rivenditori. La loro attività illecita si estende anche all’estorsione sui commercianti. Uno dei loro maggiori esponenti, Eduardo Ravelo, fa parte dei dieci personaggi più ricercati dall’FBI americano. Colui al quale si attribuisce il massacro dei liceali, Adrian Ramirez, di nazionalità americana (nato nel 1979 a El Paso), fu ucciso il giorno dopo in una sparatoria con l’esercito. (Si ringrazia l’Agence France Presse)