In primo piano
19:30pm2 Marzo 2023 | mise à jour le: 2 Marzo 2023 à 19:33pmReading time: 7 minutes

Lottare contro le ingiustizie, fare la differenza

Lottare contro le ingiustizie, fare la differenza
Photo: Foto cortesia CNICMima Gentile, sergente detective della SPVM e "Gardienne de la paix"

Giornata Internazionale della Donna: intervista a Mima Gentile, sergente detective della SPVM e “Gardienne de la paix”.

 

Domenica 5 marzo alle ore 15, si terrà, presso il Piccolo Teatro del Centro Lonardo da Vinci, la conferenza “Les Gardiennes de la Paix” organizzata dal Congresso Nazionale degli Italo-Canadesi, Regione Québec, in occasione della Giornata Internazionale della Donna.

Protagoniste della conferenza, posto sotto la presidenza di Michelina Lavoratore, direttrice servizi ai privati e sviluppo degli affari della Cassa Popolare Canadese-Italiana Desjardins, quattro donne che hanno lavorato o lavorano ancora per vari corpi di polizia, con compiti diversi che vanno dal “peacekeeping” all’investigazione e alla provenzione.

Tra di esse Mima Gentile, sergente detective con oltre 30 anni di servizio alla SPVM (Service de Police de la Ville de Montréal), attualmente in missione di “peacekeeping” per conto delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo.

Nata a Montréal da genitori originari di Cattolica Eraclea, in provincia di Agrigento, Mima, dopo aver frequentato la scuola secondaria Lester Pearson, il Cegép John Abbott e l’Accademia di Polizia di Nicolet, è entrata a far parte del Corpo di Polizia della SPVM nel febbraio del 1992.

Come accaduto per altre sue colleghe, il fatto di essere donna in un mestiere tradizionalmente considerato, almeno in passato, “da uomini”, e di non essere una quebecchese “pure laine”, ha causato non pochi problemi di “assestamento”.

«Quando sono arrivata al Posto di Polizia di Côte-des-Neiges – racconta Mima – lavorare con i “québécois de souche” per me è stato un vero schock culturale. Non parlavo bene il francese, ero anglofona e parlavo il dialetto siciliano.

Farsi accettare è stato difficile. Le battute, i sottintesi, le allusioni alla mafia e i commenti a sfondo sessuale nei miei confronti, ma anche nei confronti di altre colleghe, si sprecavano. Facevo finta di non capire. Ma sono stata fortunata ad aver un collega di pattuglia, con cui ho lavorato per 4 anni, che mi ha sempre difeso, che comprendeva la situazione e parlava agli altri poliziotti. Se non ci fosse stato per me sarebbe stato peggio. Spesso, ad esempio, il merito o la riconoscenza per un arresto o un lavoro ben fatto venivano sminuiti o attribuiti agli uomini anche se poi praticamente non avevano fatto nulla per meritarseli. Ma sono stati gli anni in cui ho acquisito fiducia in me stessa, che mi hanno portato a stabilire la mia reputazione.

Ancora oggi, dopo 30 anni di carriera, sento la differenza e lo scarto di comportamento tra il lavorare con i colleghi “pure laine” e i colleghi d’origine italiana che hanno, abbiamo, un modo di comportarci decisamente più caloroso e più … all’italiana!  La stessa cosa – continua Mima – avviene quando sono in missione all’estero. Quando dico che sono canadese i miei interlocutori mi guardano strano. Ma quando aggiungo che sono canadese d’origine italiana, perché il mio modo di fare è più italiano che canadese, allora è come se ci fosse una maggiore comprensione e si stabilisce subito un rapporto più immediato, più familiare, più caloroso».

Perché ha scelto di andare in missione all’estero?

«Ho sempre avuto questo desiderio, questa voglia di combattere le ingiustizie e questa voglia di fare, nel mio piccolo, una differenza. Per partecipare ad una missione sotto l’ombrello della Nazioni Unite bisogna avere almeno 10 anni di servizio. Nel 1995, quando sono iniziate le missioni, io avevo solo 3 anni di servizio. Poi, ho deciso di diventare madre di tre figlie, che oggi hanno tra i 21 e i 25 anni. Quando le mie figlie sono diventate un po’ più grandi ho chiesto come si sarebbero sentite  se fossi partita per una missione di questo tipo e loro mi hanno dato l’ok!».

Le missioni

«Dopo aver passato delle selezioni non certo facili e dei programmi di formazione, la mia prima missione di “peacekeeping” – spiega – è stata nel 2017 a Porte-au-Prince, Haiti, ed è durata 18 mesi (Mission des Nations Unies pour l’appui à la Justice en Haïti – MINUJUSTH).

Tra i miei compiti c’era quello di fare il training, di formare la polizia locale e gli altri impiegati dell’ONU che venivano da tutto il mondo, per combattere contro la prostituzione e lo sfruttamento sessuale; quello di valorizzare il ruolo delle donne, in modo che fossero più presenti nei posti manageriali ed ho fatto anche dei corsi d’inglese.

Mima Gentile in azione come “Guardienne de la paix”

Finita la missione ad Haiti – prosegue la sergente detective – avevo intenzione di andare in pensione, non prima però di partecipare ad un’altra missione in Ucraina. Avevo superato la selezione e dovevamo iniziare la formazione ad Ottawa ma poi nel febbraio 2022 è iniziata la guerra con la Russia e la missione è saltata».

Le bande armate

«Nell’aprile scorso – prosegue – mi hanno chiesto se ero disposta ad andare nella Repubblica Democratica del Congo per una missione di 12 mesi. Ho accettato, superato le necessarie selezioni e iniziato la missione il 20 novembre a Bunia, un villaggio nel nord-est del paese, vicino al confine con l’Uganda. Lavoriamo 7 giorni su 7, dalle 8,30 del mattino alle 17,30, con un’ora e mezza di pausa, un lavoro duro, difficile ma gratificante. Faccio parte di uno “Specialized Police Team” focalizzato nel contrasto alla violenza sessuale e di genere tra le popolazioni vulnerabili della RDC (United Nations Organization stabilization ission in the DR Congo).

In Congo la situazione è molto difficile e pericolosa, c’è molta violenza. Le bande armate spadroneggiano, si impossessano dei villaggi e si rendono responsabili di violenze sessuali contro donne e bambini. Spesso le donne rimangono incinta e sono  abbandonate a loro stesse. Anche qui il nostro compito è quello di fare il training, di formare gli alti funzionari della polizia locale affinché siano poi in grado di formare loro stessi i loro corpi di polizia per combattere contro questo genere di abusi e violenze. Non hanno mezzi, non sanno come fare. Spesso la violenza sessuale non viene neanche denunciata dalle persone che la subiscono. Si ricorre ad un accordo, niente denuncia in cambio di un paio di mucche.

Mima Gentile con i bambini nel corso della sua missione in Congo

Cerchiamo, inoltre, di sensibilizzare la popolazione, di far capire che possono sporgere denuncia, come devono fare per sporgerla e quali sono i loro diritti. Il materiale per i corsi è tutto finanziato dal Governo del Canada. Vogliamo che i poliziotti locali siano in grado di fare loro stessi un’inchiesta su un caso di violenza sessuale, che sappiano come comportarsi davanti a casi di questo genere e come parlare alle vittime, quali domande porre, come fare un rapporto e come arrivare fino al tribunale affinché i criminali siano giudicati».

È più pericoloso fare il poliziotto a Montréal o andare in missione?

«Direi che sono due cose diverse. A Montréal – risponde Mima Gentile – i tuoi colleghi sono formati come te. Quando succede qualcosa il tuo collega sa cosa fare e come intervenire. Ad Haiti era pericoloso ma in Congo lo è ancora di più e noi poliziotti non siamo armati. Ma anche se lo fossimo, le bande armate sono dotate di armi molto sofisticate e le nostre pistole d’ordinanza servirebbero a poco. Bunia è un piccolo villaggio, c’è una sola strada asfaltata, un aeroporto, intorno tanti gruppi armati e a 2 km un campo di rifugiati con 15.000 persone. Se mi muovo dal villaggio ho il mio kit di sopravvivenza, se la strada è bloccata divento un bersaglio per le bande armate ed ho solo due soluzioni, andare in aeroporto o raggiungere il campo ONU più vicino!»

Cosa pensano le sue figlie delle missioni?

«Il primo mese a Bunia è stato molto difficile. Mi sono chiesta: ma cosa ci faccio qui? Volevo tornarmene a casa. Parlavo con loro al telefono e piangevo. Sono rimaste sorprese. Mi dicevano: ma come? Proprio tu? Proprio tu dici che vuoi tornare?

Le mie figlie mi hanno detto tutte e tre la stessa cosa: sei una mamma incredibile, con tanta forza di carattere, ti abbiamo sempre ammirata per quello che fai e ora vuoi rinunciare? Mi hanno dato una forza incredibile, mi hanno dato il coraggio di continuare, di non rinunciare, dicendomi che sarei stata capace anche questa volta di fare la differenza. Mi hanno fatto il più bel regalo della mia vita!»

 

More Like This