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Dalla parte dei bambini

 

“Enfant-Retour Québec”, è un organismo senza fini di lucro che si occupa di assistere i genitori nella ricerca dei loro figli scomparsi e di contribuire, attraverso l’educazione del pubblico, alla diminuzione della scomparsa di bambini. In occasione dell’8 marzo, Festa della donna, il Corriere Italiano ha chiesto a Pina Arcamone (nella foto), direttrice generale di “Enfant-Retour” di parlarci del suo lavoro, dell’organismo che dirige e di quella sua grande passione che si chiama infanzia.<@$p> 

 

Pina, quali sono le sue orgini?

«Mio padre è nato ad Ischia (Napoli) e mia madre a Cirigliano, in provincia di Matera (Basilicata). Sono arrivati in Canada nel febbraio del 1953, hanno appena festeggiato i 60 anni di permanenza. Si sono conosciuti qui. Ho due fratelli e una sorella e siamo nati tutti a Montreal. In famiglia abbiamo sempre parlato in italiano; i nostri genitori ci hanno mandato alla scuola del sabato del PICAI e poi ho continuato a prendere dei corsi d’italiano».

 

Che studi ha fatto?

«Ho studiato al College Vanier e mi sono diplomata in educazione per l’infanzia. Ha cominciato a lavorare come educatrice nelle “garderie” prima come maestra, per 5 anni, poi come direttrice dall’85 al ’94».

 

Come è nata l’idea di lavorare per “Enfant-Retour”?

«La passione per l’insegnamento e per i bambini mi ha portato quasi naturalmente in questo settore. Nella mia famiglia abbiamo sempre avuto una grande passione per i bambini. Ad un certo punto, mi sono accorta che avevo bisogno di raccogliere nuove sfide sempre però legate al mondo dei bambini e delle famiglie. Quando mi hanno parlato di “Enfant-Retour” mi sono detta: forse posso contribuire con la mia passione ed esperienza a ritrovare i bambini scomparsi. Quando ero maestra avevo il compito sviluppare programmi di educazione per le scuole, come fare per riconoscere i pericoli, come imparare gli aspetti relativi alla sicurezza; questi argomenti mi sono sempre piaciuti molto ed inoltre potevo mettere le mie competenze al servizio della “causa”. Io non ho figli; mi dico sempre che i bambini degli altri sono come miei figli, sono la loro “madre spirituale”. Così ho deciso, nel 1994, di mettere le mie esperienze precedenti al servizio di “Enfant-Retour”.  Ho cominciato occupandomi delle campagne di finanziamento per il nostro organismo, di sviluppare delle partnership nella comunità e i programmi nelle scuole. Nel 2000 sono diventata direttrice generale».

 

Qual è la cosa più difficile del suo lavoro?

 

«Tutte le volte che abbiamo davanti a noi dei genitori che hanno perduto un bambino, un genitore il cui figlio è stato rapito dall’altro genitore o dei genitori i cui figli sono scappati di casa. Spesso dico ai miei collaboratori: “non so come questa mamma andrà a letto stasera, non ce la fa più”. Poi però, il giorno dopo, i genitori ci chiamano e sono di nuovo pieni di speranza; ci parliamo e questo ci riempie di motivazioni e per me è fonte d’ispirazione vedere la lotta incessante che fanno per ritrovare i propri figli; anche quando si scoraggiano non sono mai pronti a dire: “io abbandono le ricerche”. Allora anche noi non possiamo abbandonare, mai; loro sono la nostra speranza. Ma la cosa ancora più difficile è quando ritroviamo i bambini morti; incontrare i genitori di queste vittime, dire loro che non c’è più speranza, leggere nei loro occhi la paura, la tristezza, il dramma».

 

Come funziona il vostro lavoro?

«Le famiglie ci chiamano perché hanno bisogno di aiuto per ritrovare il loro figlio improvvisamente scomparso. Allora prepariamo il poster del bambino e facciamo ricorso a tutti i media: radio, tv, giornali, internet, facebook, twitter, e in pochi secondi possiamo far circolare l’informazione relativa al bambino scomparso.

A volte i genitori, o qualcuno della famiglia, ci contattano perché sono preoccupati per il fatto che il bambino ha manifestato l’intenzione di scappare di casa o perché sono preoccupati delle cattive compagnie frequentate dal figlio. In tal caso cerchiamo di intervenire in modo preventivo; queste sono le telefonate che “preferiamo” perché vuole dire che il bambino non è ancora scomparso e possiamo aiutare i genitori a fare qualcosa. Può succedere che un genitore, per denunciare la scomparsa del figlio, chiami prima noi che la polizia. In tale caso abbiamo il dovere di avvertire subito le forze dell’ordine però, intanto, possiamo cominciare ad agire, a diffondere la foto ecc.

Su 7000 casi di sparizione repertoriati ogni anno, circa 6000 riguardano degli adolescenti che scappano di casa. Ogni anno, poi, scompaiono circa un centinaio di bambini. Nella maggior parte dei casi vengono ritrovati. Si tratta di bambini di tutte le età ma ci occupiamo anche di casi relativi a giovani dai 18 ai 25 anni. Queste cose possono succedere a qualsiasi famiglia, di qualunque origine o ceto sociale. Ecco allora l’importanza di parlare con i nostri giovani, di conoscerli, capirli, di essere presenti quando vivono un momento di difficoltà prima che sia troppo tardi.

Dunque, oltre al lavoro con i genitori, con la polizia, con i media c’è quello, altrettanto importante, della prevenzione. Andiamo nelle scuole e incontriamo i gruppi di bambini dalla scuola materna fino alla quinta classe delle secondarie. Abbiamo sviluppato un programma per ogni età. Ad esempio, a quelli di 5 anni insegniamo a non accettare di seguire degli sconosciuti, a non accettare regali da sconosciuti, li aiutiamo ad identificare le persone nella comunità a cui possono rivolgersi se mai avessero un problema, dei posti pubblici dove poter chiedere aiuto, un negozio, ad esempio. Poi, ad altri gruppi insegniamo come comportarsi se rimangono da soli in casa, parliamo di soggetti più vicini alla loro età e li aiutiamo a sviluppare comportamenti sicuri. Questi, una volta assimilati, sono comportamenti sicuri per la vita. Ad altri ancora diciamo, ad esempio, di non camminare da soli la sera nelle strade buie perché da soli si è più vulnerabili e nel buio siamo più a rischio. Insegniamo ai bambini che hanno il diritto di dire no, di dire che hanno paura, di rifiutare di fare qualcosa che non vogliono fare, anche se la richiesta viene da membri della famiglia o da conoscenti, anche perché, nel 90% dei casi gli abusi sui bambini avvengono proprio da parte di persone del loro entourage, che loro conoscono bene come un genitore, uno zio, una zia, un insegnante, un allenatore quando fanno l’attività sportiva. Impariamo loro a saper ascoltare quel sentimento che abbiamo dentro di noi, una specie d’istinto, che ci guida a dire no a certe situazioni in cui non ci troviamo a nostro agio, che non ci piacciono, e a parlarne con un adulto di cui si ha fiducia».

 

Progetti futuri per “Enfant-Retour?

 

«Abbiamo tanti “sogni”. Dico sempre che abbiamo “sogni di caviale e champagne ma con un budget da hot-dog”.

A parte gli scherzi stiamo cercando di sviluppare un programma più adatto agli adolescenti e un progetto per capire come possiamo aiutare di più le famiglie che aspettano da anni notizie dei loro bambini scomparsi. Si tratta di un “ritiro spirituale” di un paio di giorni. Spesso ciò che accade è che, passando gli anni, i genitori arrivano al divorzio; non si intendono più, vivono le conseguenze in maniera diversa e non riescono più ad essere in sintonia. L’assenza di un figlio è un vuoto immenso e questo vuoto lo esprimono in modi differenti e finiscono per prendere  strade differenti. Vogliamo aiutare questi genitori a salvare la loro coppia, una tragedia nella tragedia. Questi genitori poi hanno o fanno altri figli, e la situazione è difficile anche per loro. Vogliamo dunque aiutare la famiglia a superare tali momenti. Vogliamo che le coppie stiano insieme, si parlino, che abbiano il tempo di riflettere e interrogarsi in un contesto diverso per capire se esiste la possibilità di ritrovarsi».

 

Come si finanzia “Enfant-Retour?

 

«Dobbiamo lavorare forte per questo e organizzare molte attività di finanziamento come tornei di golf, di poker, degustazione di vini e altro. Un lavoro davvero molto duro»

 

Che significato ha per lei la festa della donna?

«Le donne hanno un ruolo importantissimo nella nostra società. Sono fiera e contenta di vedere che in questi ultimi anni molte donne italiane si sono fatte strada nella nostra società, assumono ruoli sempre più importanti, dirigono degli organismi, delle associazioni e questo devo dire anche grazie ai nostri genitori che hanno lasciato un bellissimo paese per darci un avvenire. Non bisogna mai dimenticare le nostre radici».

 

Cosa c’è “d’italiano” nel suo lavoro?

«Tanto. L’amore per la famiglia, per i bambini che sono molto importanti nella nostra vita, bisogna proteggere la loro infanzia e la loro innocenza. Poi il lavoro duro e la perseveranza, l’amore per la vita e per tutto quello che è bello nella nostra vita».

 

Enfant-Retour Québec

6830 avenue du Parc, ufficio 420,

Montréal, tel. 514-843-4333

info@enfant-retourquebec.ca

http://www.enfant-retourquebec.ca

Fabrizio Intravaia


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